Trentaquattro anni

 

di Tonino Scala

Trentaquattro anni

Sono passati trentaquattro anni. Trentaquattro lunghi anni. Avevo trenta chili in meno e i capelli ancora scuri.

Era il 1992. Un anno bellissimo e, nello stesso tempo, terribile.

Era l’ultimo anno di liceo. Si era appena concluso un anno di lotte, di amicizie, di primi amori. Trecentosessantacinque giorni vissuti con l’illusione che il mondo potesse cambiare davvero.

Con alcuni compagni avevamo dato vita al Movimento Anticamorra, un collettivo straordinario.

Partimmo per Palermo subito dopo gli esami di maturità. Se devo essere sincero, andò male sia la prova orale sia il viaggio. Ma rifarei tutto.

Il 23 maggio la mafia aveva assassinato a Capaci Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Quel giorno cambiò la vita di un’intera generazione. Ancora oggi sento dentro di me le parole pronunciate da Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, durante i funerali.

Ricordo la traversata da Napoli verso Palermo. Non avevo mai affrontato un viaggio così lungo in nave. Dormimmo sul ponte, per terra, stretti l’uno all’altro per il freddo. In tasca non avevamo quasi nulla. Un po’ come oggi.

Sulle nostre magliette portavamo appuntata una resistenza elettrica. Era il simbolo del nostro cammino: resistere.

Dovevamo essere a Palermo. In quella primavera civile che stava provando a risvegliare una città e un Paese intero.

Aspettavamo anche le Olimpiadi di Barcellona. Io tifavo, e tifo ancora, per Peppiniello Abbagnale. I fratelli Searle vinsero per un soffio. Fa ancora male pensarci. Ma questa è un’altra storia.

Palermo ci regalò giorni intensi. I vicoli della Vucciria, le assemblee, la manifestazione, gli abbracci, la speranza. Tornammo convinti che qualcosa fosse davvero cambiato.

Poi arrivò il 19 luglio.

Era domenica. Avevo appena finito di pranzare e stavo raccontando ai miei genitori quei giorni siciliani quando squillò il telefono.

Era Giovanni Fuccillo, un compagno di classe.

«Hai visto cosa è successo a Palermo?»

«No.»

«Accendi la televisione.»

La accesi.

Fumo. Fuoco. Sirene. Lacrime.

La mafia aveva ucciso anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.

Una bomba fece esplodere anche una parte della nostra innocenza.

Ci ritrovammo subito al partito. Piangevamo. Organizzammo un sit-in sulle scale del liceo classico. Eravamo ragazzi, ma sapevamo già da che parte volevamo stare.

Sono passati trentaquattro anni.

Oggi ho i capelli bianchi, qualche chilo in più e molte illusioni in meno.

Ma dentro ho ancora la stessa ostinazione di allora.

E continua a rimbombare una frase che mi accompagna da tutta la vita, una frase che ho imparato ad amare anche attraverso Massimo Troisi:

«Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera.»

Buona primavera, anche in questa calda estate di fuoco.

 

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