di Tonino Scala
Hanno scritto.
Perché rimanesse impresso non solo su un foglio, ma nella coscienza del mondo.
Un mondo distratto.
Hanno scritto per dirci: ma realmente pensiamo di essere innocenti di fronte a queste tragedie?
Sono di Tropea.
Della classe 5° B del Liceo Scientifico P. Galluppi.
E a febbraio hanno avvistato un corpo in mare.
Uno dei tanti.
Uno che cercava libertà.
Uno che aveva osato la speranza e ha trovato la morte.
Non è una domanda, la loro.
È un fendente.
Perché il mare non inventa niente.
Restituisce.
E quando restituisce un corpo non è mai solo acqua.
È il conto che torna.
Le scelte rimandate.
Le parole usate per coprire il rumore delle vite che si spezzano.
“Emergenza”.
“Flussi”.
“Numeri”.
Parole lisce.
Parole senza odore.
Che non sanno di sale, di freddo, di pelle che smette.
Ma loro no.
Loro hanno visto abbastanza da non riuscire più a fingere.
E allora scrivono.
Perché non hanno ancora imparato a difendersi dalla verità.
Perché non hanno ancora costruito quella distanza che noi adulti chiamiamo abitudine.
Uno, dicono.
Uno dei dispersi.
Ma uno non esiste.
Uno è sempre molti.
È una madre che aspetta.
È un nome che nessuno pronuncia più.
È una storia che non arriva mai a casa.
E quella dignità di cui parlano, quella parola grande, difficile, non è teoria.
È riconoscere che quel corpo non è “un fatto”.
È qualcuno.
Qualcuno che il mondo ha lasciato andare.
E poi ha dimenticato.
Finché il mare non ha deciso di ricordarcelo.
E allora la domanda resta lì.
Nuda.
Scomoda.
Impossibile da aggirare: ma davvero pensiamo di essere innocenti?
No.
Non lo siamo.
E forse il senso di tutto è qui:
che a ricordarcelo non sono stati i grandi, non sono stati i potenti, non sono stati i discorsi ufficiali.
Ma dei ragazzi.
Che ancora sanno distinguere la vita da una notizia.
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