di Tonino Scala
L’occupazione militare non si chiama “difesa”.
Si chiama dominio. Si chiama potere. Si chiama morte.
E chi la benedice è complice!
Gaza, oggi, è una distesa di polvere e corpi strappati.
Un ammasso di macerie dove i bambini imparano a riconoscere il rumore dei droni prima ancora di quello delle parole.
E adesso, tra quelle rovine, si vuole piantare una base militare permanente.
Un presidio. Un esercito. Un’altra catena al collo di un popolo già spezzato.
Non è sicurezza.
Non è protezione.
È un atto coloniale.
Un’altra pagina di storia scritta con le ruspe, i carri armati, i bulldozer che cancellano case e nomi.
Con la benedizione dell’Ammeriga con i capelli gialli, che applaude da lontano, come se i morti fossero pedine da spostare.
Come se le vite spezzate fossero un prezzo.
Un dettaglio.
Un rumore di fondo.
Ma non c’è niente di inevitabile in tutto questo.
È una scelta. Una decisione fredda, calcolata, crudele.
Un crimine.
Gaza non è un campo di battaglia.
È una gabbia chiusa a chiave da decenni, dove ogni bambino nasce prigioniero.
È un esperimento sulla resistenza umana, dove il tempo viene misurato in assedi e blackout.
Filo spinato su filo spinato, blocco su blocco, cemento su cemento.
Ogni giorno più piccola. Ogni giorno più affamata. Ogni giorno più controllata.
E intanto l’Occidente sorride.
Firma accordi.
Parla di pace mentre arma la guerra.
Dice “difesa” mentre applaude l’apartheid.
Dice “equilibrio” mentre benedice la pulizia etnica.
Dice tutto, ma non dice mai la verità.
Il diritto internazionale?
Calpestato.
La verità?
Distorta.
Il popolo palestinese?
Ridotto a bersaglio, a danno collaterale, a cifra sotto una fotografia sfocata.
Chi occupa, domina.
Chi domina, schiaccia.
Chi tace, partecipa.
Gaza non è terra da addomesticare.
È voce da ascoltare, rabbia da riconoscere, dignità da rispettare.
Non chiede pietà.
Chiede giustizia.
È tardi.
Troppo tardi per essere innocenti.
È il momento di chiamare le cose col loro nome.
E l’occupazione è occupazione.
La morte è morte.
E chi applaude è colpevole.
Tutti gli altri, complici.
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