I personaggi e i fatti qui narrati non sono immaginari, autentica è la realtà sociale ed ambientale che li produce

DISCARICA CAVA SARI

di Tonino Scala

Francesco Rosi nel lontano 1963 in un bel film ci parlò della mani sulla città, del sacco napoletano, dell’espansione del cemento senza sviluppo, in una Napoli post bellica. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma l’idea di progresso è rimasta ancorata a quel retaggio culturale: cemento è bello. Nel terzo millennio qualcuno è andato oltre quel sacco dimenticandosi artatamente che oltre la città c’è il Vesuvio, il vulcano più attenzionato al mondo. Ci sono ben 24 comuni che insistono, su e dentro, un gigante che sembra buono, ma che di fatto insieme a Campi Flegrei è l’area vulcanica più pericolosa al mondo. Non esiste, in tutto il globo terreste, una località a più alto rischio vulcanico, considerando l’ eccessiva concentrazione edilizia spintasi fino all’inverosimile. L’ultima volta che il Vesuvio si è fatto sentire è stato 19 marzo 1944, ancor prima aveva dato i suoi segni vita nel 1861, 1867, 1872 distruggendo San Sebastiano al Vesuvio, altri moti tra il 1891-95 creando colle Margherita, altri ancora tra 1895-99 creando colle Umberto. Ma non finisce qui ancora nel 1906 devasta Boscotrecase e infine nel 1929. Historia magistra vitae affermavano i latini, sembra che da queste parti alcuni amministratori della cosa pubblica questa storia fanno finta di non conoscerla. Nel 1861 la popolazione vesuviana era di 107.255 persone, concentrate quasi tutta sulla costa. Oggi sono 580.913 e a nulla serve avere sotto gli occhi le rovine di Pompei, Stabiae, Ercolano, Oplontis.Da anni alcuni pur di prendere voti taluni oltre a vendere l’anima a Lucifero promettono cemento anche nella zona rossa. C’è chi si è spinto oltre come l’ex sindaco di Sant’Anastasia che affermò, prima del suo arresto in flagranza di reato per una tangente incassata, che” La zona rossa è una legge criminale che ha ucciso l’economia”. Sì, perché da queste parti, anche in presenza di un vulcano c’è questa idea che il cemento sia l’unica via di sviluppo, economia. Anche in Regione Campania si ragiona così, e non da ora, sempre che questo possa essere considerato ragionamento. Cemento, cemento e ancora cemento. Questo l’unico obiettivo della giunta Caldoro e dei suoi accoliti. Non è bastato lo stravolgimento del piano casa, che era stato sbandierato come occasione irripetibile per rilanciare la nostra Regione. Altro che rilancio, è stato solo un grande flop, che non ha prodotto nulla se non attese. Attesa di poter costruire, la speranza di poter ottenere il condono. Condono e bisogni di tanti cittadini che sono stati usati, strumentalizzati ormai in più di una campagna elettorale.

Dopo mesi di silenzio, dopo le polemiche di ambientalisti e la richiesta di volerci vedere chiaro da parte del sottosegretario Catricalà si torna alla carica con una proposta di legge che desta non poche perplessità, anche perché il contenuto e la procedura di approvazione del piano paesaggistico sono disciplinati dal codice dei Beni culturali di cui al decreto legislativo n. 42 del 2004 (art. 143), che prevede la formazione del piano d’intesa tra la Regione ed i Ministeri per i Beni culturali e della Tutela del territorio.

Una legge che ha un obiettivo, quello esautorare i nostri Comuni di buona parte dei loro poteri nella programmazione e pianificazione territoriale, facendo venire meno il cardine normativo su dimensionamento delle attività produttive e delle strutture turistiche, consentendo, così, di sacrificare le aree verdi pubbliche a favore di un’espansione indiscriminata del cemento. Scelte scellerate che incideranno negativamente sulla già precaria tutela e salvaguardia del nostro territorio.

Un disegno di legge dove tutto sembra risolversi in una politica dei ‘nuovi condoni’ proponendo la partito del cemento selvaggio illusorie cancellazioni di vincoli e rigori normativi per nuovi consensi elettorali. Appare evidente la volontà di esautorare i nostri Comuni di buona parte dei loro poteri nella programmazione e pianificazione territoriale, facendo venire meno il cardine normativo su dimensionamento delle attività produttive e delle strutture turistiche, consentendo, così, di sacrificare le aree verdi pubbliche a favore di un’espansione indiscriminata del cemento.

Scelte scellerate che incideranno negativamente sulla già precaria tutela e salvaguardia del nostro territorio, minando anche quei principi di legalità che hanno garantito la sopravvivenza di modelli virtuosi del paesaggio campano.

L’ articolo 15 “Disegno di Legge sul Piano Paesaggistico Regionale” rade al suolo sei leggi urbanistiche e ne stravolge altre due. Come se non bastasse bandite solo le “nuove” costruzioni, ma non gli “incrementi” delle migliaia di abitazioni già esistenti: in pratica è un nuovo, gigantesco piano-casa. Per non parlare poi della rimozione del vincolo di inedificabilità assoluta nella fascia di rispetto di un chilometro intorno all’ antica Velia, nel parco del Cilento e della modifica del Piano Urbanistico Territoriale della penisola sorrentina e amalfitana.

Bisogna fermare, in nome della Costituzione e del buon senso, il più grave assalto sinora tentato al paesaggio della Campania. Il Disegno di Legge sul Piano Paesaggistico Regionale, è figlio di un diffuso vizio che sta caratterizzando la Giunta regionale del Presidente Caldoro: arrogarsi prerogative e poteri che non le appartengono.

Da troppo tempo, nel nostro Paese, piangiamo le vittime di chi probabilmente non aveva tenuto in considerazione l’importanza strategica di politiche adeguate per il governo del territorio. Bisogna cogliere l’insegnamento dei tanti disastri naturali passati per porre freno allo scempio perpetrato negli anni scorsi.

Questo piano paesaggistico, così com’è, non s’ha da fare!

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