Qualche mese fa, presso la sede dell’ANPI di Portici, ho avuto il privilegio di presentare Gaza spiegata a mio figlio.
Tra il pubblico c’erano anche due giovani studentesse che hanno ascoltato, preso appunti, riflettuto. Nei giorni successivi hanno scritto una recensione del libro.
Me l’hanno fatta arrivare e confesso che leggerla mi ha emozionato. Perché ogni autore spera di essere letto, ma quando le proprie parole riescono a generare domande, riflessioni e confronto nelle nuove generazioni, allora il senso della scrittura diventa ancora più profondo.
Con il loro consenso, vorrei condividere con voi questa recensione.
Buona lettura:
Gaza spiegata a mio figlio
Un libro che si rivolge a tutti i figli, a chi vuole capire, a chi si ostina a non voltarsi dall’altra parte, a chi crede che la memoria non serva ai morti, ma ai vivi. ‘Una lettera civile, un atto d’amore, un grido sussurrato tra le macerie; non un trattato, non un saggio, ma il tentativo ostinato di raccontare l’ingiustizia, la guerra, la prigione a cielo aperto, con parole che un figlio, un lettore, possano sentire sulla pelle.’ così Tonino Scala presenta il suo libro. Tutto nasce una sera, a tavola, ‘quando il mondo cade dentro il piatto’. In sottofondo notizie che scorrono e tra queste, immagini di uomini, donne e bambini sofferenti, in fila per un pezzo di pane, poi un soldato spara come se un bambino fosse una minaccia. Una scena cruda, che i figli guardano con rassegnazione, è il loro sguardo che spinge Tonino a scrivere un libro che nasce così dalla rabbia che non si spegne, dalla voglia di spiegare ai figli la dura realtà del mondo, dalla necessità di raccontare l’ingiustizia.” Gaza non è un posto, è una ferita che non si rimargina mai” afferma l’autore, è una città senza cuore, con tanti battiti sparsi ma senza un centro. “Non sono numeri, sono nomi, sono mani, sono occhi che resistono”, tuttavia quando si parla di Gaza, si parla di numeri; ma a Gaza ci sono persone, ci sono corpi, ci sono adolescenti che coltivano sogni, uomini che combattono per la difesa della patria, madri che spingono la sedia a rotelle dei figli con la testa alta, mogli che attendono con angoscia il ritorno dei loro mariti. “Tu giochi con i lego. Lì i bambini giocano a nascondersi dalle bombe”, essere bambino a Gaza significa svegliarsi nel cuore della notte con un boato che ti spacca le orecchie, riconoscere il rumore di un F16 e di un drone, di un carro armato e di un bulldozer. A Gaza i bambini aspettano, non chiedono regali: chiedono la corrente, pregano che il padre torni intero e che la madre smetta di piangere, sognano che tutto finisca per vivere un’adolescenza segnata dalla spensieratezza. “Prima ci tolgono la terra, poi ci tolgono il nome, poi ci dicono che non siamo mai esistiti”, a Gaza le parole sono promesse tradite, sono accuse, sono scuse, sono menzogne. Intanto continuiamo a raccontare per non dimenticare o fingere di non sapere.
il 27 gennaio è la data del ricordo di un evento tragico che ha segnato la storia mondiale, la Shoah. Una giornata istituita per invitarci a ricordare gli orrori del passato, per far sì che non si ripetano nel presente. Eppure, con quello che sta accadendo nel mondo, sembra proprio che l’uomo abbia dimenticato quanto gli ebrei abbiano sofferto. Questi ultimi, che circa 86 anni fa furono le vittime, oggi sono gli artefici di un sanguinoso conflitto che è in corso in Medio Oriente, la guerra Israelo-Palestinese. Un conflitto di un esercito contro un popolo, un popolo che sopravvive e convive con attacchi improvvisi, una popolazione che la notte dorme con un occhio aperto dal 7 ottobre 2023, giorno in cui Hamas fece irruzione, non solo con missili, ma con uomini, mani e fucili. Uccise civili, bruciò corpi, seminò terrore, come afferma Tonino Scala nel suo libro “Gaza spiegata a mio figlio”, un’opera che attraversa la storia della Palestina, raccontando l’ingiustizia, la guerra e la sofferenza di un popolo.
A Gaza oggi c’è una parola che ripetono tutti: sumud. Vuol dire resistenza, resistenza di chi continua a vivere anche quando tutto sembra andare a rotoli, di chi lotta per un pezzo di pane, per un rifugio, per la libertà. Sumud sono le persone che sopravvivono e che sognano di vivere.
Ludovica Longano IB, Luciana Bifulco ID
Leave a Reply