Capitalismo finanziario? No grazie

C’è crisi. Questo senti dire per le strade, nei vicoli, nei mezzi pubblici.

Si fanno ristrettezze perché c’è la crisi, è questo che in famiglia si dice ai ragazzi che vogliono questo o quello.

La crisi non stenta a passare, affermano le donne siliconate nei tg nazionali.

C’è crisi? Perché? Nessuno lo dice, nessuno indica una strada, o meglio la strada che ci propinano è quella dei tagli. E dopo aver tagliato a destra e a manca ci accorgiamo che la crisi continua e di questo passo ci taglieremo tutto e nulla ci resterà!!!

La crisi c’è ed è quella del capitalismo. Nei giorni scorsi sono stato a Berlino per presentare i miei libri e come un fedele che va in pellegrinaggio per vedere la statua di un santo, ho cercato la statua di Marx e quella di Engels. Quando l’ho trovata ho provato a porre delle domande al padre del Capitale: Ti saresti mai immaginato questo capitalismo? La statua non poteva rispondermi, è vero che sono un visionario ma non mi spingerei al punto di volere una risposta da una statua!

 Me la sono suonata e cantata e ho risposto: No.

Un capitalismo come questo non me lo sarei mai aspettato.

Dai suoi primordi, il capitalismo ha sempre cambiato la sua natura e le sue forme, ma arrivare a questo!

Il vecchio capitalismo con tutti i limiti ha favorito lo sviluppo industriale, la produzione di beni materiali, migliorando considerevolmente la qualità di vita dei singoli cittadini. Quello finanziario è il più deviato dei capitalismi. Esso non produce beni materiali, non genera posti di lavoro, è fondato su un’economia immaginaria e cioè sulla continua compra-vendita di titoli azionari e sul movimento di ingenti quantità di denaro che forse nemmeno esistono materialmente. Oggi c’è crisi ma del capitalismo. Una crisi ancor più grave. La crisi del capitalismo si scarica sulla democrazia.  Finanza e lobbies economiche bloccano ogni tentativo di ragionamento collettivo sul futuro, sulle priorità, sugli obiettivi, sulle indispensabili riconversioni economiche che ci impone il cambiamento climatico.

La delegittimazione della politica, se non trova alternative positive, può aprire scenari preoccupanti. La  risposta Europea in salsa tedesca non è stata e non è adeguata al momento. Ora si riparla di Tobin tax che è uno strumento necessario per controllare e disincentivare le speculazioni, per far pagare il conto anche alla finanza. La Tobin non basta, occorre che le banche tornino al loro mestiere e va definito un quadro di regole e divieti che diano la certezza dei prodotti finanziari incapsulati in un titolo. Altrimenti avremo ancora crisi finanziaria, intervento degli Stati, attacco ai debiti sovrani, conseguenze scaricate sulle popolazioni sempre più impoverite e schiacciate tra rivolta e rassegnazione.

Oggi più che mai occorre ricostruire le ragioni della sinistra partendo dalla crisi. Non si può attendere la fine della tempesta, occorre indicare una via d’uscita democratica dalla crisi del capitalismo. La sinistra deve offrire un’altra via d’uscita dalla crisi, partendo dall’analisi della crisi del capitalismo, indicando una società e un’economia più giuste, solidali e rispettose dell’ambiente.

Viviamo in un sistema che socializza le perdite e privatizza i guadagni. Questo non è capitalismo è economia distorta. Un’economia che va combattuta senza se e senza ma.

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1 Commento

  1. Il punto secondo me è che si è lasciato troppo spazio alle banche, è tutto nelle loro mani e nei grandi investimenti fatti senza scrupolo..e questo è niente, la vera crisi dovrà ancora arrivare quando si porrà il problema del ritorno dei prestiti fatti senza senno, e la regione Campania ne ha fatti tanti, con i finanziatori londinesi…Spero che qualcuno ascolti il grido di sofferenza di quelle persone che stanno pagando con la loro vita questa crisi.

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