PARLARE DI PACE E’ BELLO…

Continua il tour per la presentazione del libro “Quella sporca dozzina” di Tonino Scala ed Emilio Vittozzi, dopo quelle al “Teatro Sales” di Portici, a “Villa Bruno” a San Giorgio a Cremano, a “Villa Savonarola” a Portici, alla Biblioteca del CRAL della Circumvesuviana di Napoli, a “Stabia Channel”, al Palazzo dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Via Semonella a Pascarola – Caivano, alla Basilica di San Mauro Abate a Casoria, alla “Vecchia Pastaia” di Via Marra a Boscoreale, a “Radio Blu Napoli”, a “Radio Entropia”, al Ristorante-Pizzeria “E’ quasi pronto” di Scafati, al 1° Circolo Didattico di Poggiomarino, a Caserta, all’Associazione “L’Albero Rosso” di Napoli, al 1° Circolo Didattico di Poggiomarino (seconda volta!), nell’Aula Consiliare di Sarno, a “Road TV Italia”, a Giugliano, alla Biblioteca “Casa Nostra” alla Salita Cinesi nel Quartiere Sanità di Napoli, al Centro Sociale Polifunzionale di Via Benedetto Croce a Portici …

Il libro, nonostante la data di uscita (gennaio 2012), è sempre di attualità perchè il tema “Pace” è di quelli sentiti. Lo dimostra anche la sensibilità di chi organizza le presentazioni o di chi appoggia il libro: il Sindacato O.R.S.A. dell’ex Circumvesuviana, per le feste natalizie dell’anno scorso, unitamente ad una penna ed un artistico portapenne in legno, come cadeau ai suoi Iscritti, ha donato ben 250 copie!

Un’Insegnante di Scuola Elementare, ai suoi alunni che si accingevano al loro Primo Incontro con Gesù Eucarestia due anni fa, invece del solito “pensierino della Maestra” (penna, portachiavi o ciondolo), ha donato loro una copia del libro personalizzata alunno per alunno!!

Un Dirigente dell’Ente Autonomo Volturno, per Pasqua 2015, ha legato una copia del libro ad ogni uovo di cioccolata donato a nipoti e parenti vari!!!

Tutto questo perché il ricavato va alle Vittime innocenti di camorra; tutto questo perché di Pace si sente sempre il bisogno…

Parlarne con bambini di Scuola Elementare o con studenti di Media Superiore, con anziani o ad un pubblico eterogeneo per età, è cosa buona e giusta, eccitante come poche: sapere che, per due ore pomeridiane, si è stati preferiti a Barbara d’Urso o a Maria de Filippi (tanto per citare solo due “pezzi grossi” della televisione) è cosa assai gratificante, che fa bene al cuore…

Che si canti “Imagine”, “We shall overcome”, “Dio è morto”, “Auschwitz” dal vivo o le si ascolti da un dvd è quasi una “liberazione”, un “mantra”; ascoltare bambini che spiegano ad altri bambini e ai rispettivi genitori chi sia stato Aldo Capitini (ideatore della Marcia della Pace Perugia-Assisi) o don Tonino Bello è come una lezione di “educazione civica”, una sorta di “coltivazione della memoria storica”.

Inutile sottolineare che l’unione fra i due Autori si rafforza ulteriormente, presentazione dopo presentazione, autografo dopo autografo, fotografia-ricordo dopo fotografia-ricordo…

Le differenze di età fra i due (43/59), di nascita (Krefeld/Napoli), di tifo (Napoli/Inter), di estrazione religiosa (Azione Cattolica/Salesiani), di preferenze musicali (neomelodici/cantautori), gastronomiche (parmigiana di melenzane/bistecca ai ferri) si annullano dinnanzi ad un Valore autenticamente inter-nazionale come la Pace…

TONINO SCALA-EMILIO VITTOZZI

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“ROCK 7”

 

 

Da sabato 2 settembre a sabato 30, con ingresso libero, è allestita nel Palazzo delle Arti di Napoli (PAN), sito in Via dei Mille n.60, la settima edizione della Mostra Internazionale sulla Musica e i suoi Linguaggi “Rock”, da un’idea di Carmine Aymone e Michelangelo Iossa, con il Patrocinio del Comune di Napoli – Assessorato alla Cultura e al Turismo.

“Mai avremmo immaginato di giungere alla settima edizione di un’idea, di una mostra nata da un appunto a matita su un taccuino pieno di sogni-rock: una mostra che originariamente doveva occupare solo una manciata di giorni a cavallo tra il 2010 e il 2011…” scrivono sul depliant dell’iniziativa i due autori della mostra.

Finora ben oltre 77mila visitatori hanno visitato le varie edizioni; la settima ha per leit-motiv il numero 7: come i giorni dei cicli lunari, le bande di frequenza in cui si suddivide l’arcobaleno a livello cromatico, le note musicali…

In quest’edizione c’è un settore dedicato ad Elvis Presley, nel quarantesimo anniversario della scomparsa del “Re del Rock”; ci sono i Punk; c’è il Rock “maledetto”; ci sono i “Bee Gees”; ci sono i Doors; ci sono i Pink Floyd; ci sono i Traffic; c’è Jimi Hendrix; c’è David Bowie; c’è Michael Jackson; ci sono i Beatles…

Come ben si evince ci sono esponenti musicali per tutti i gusti, con aree di proiezioni e di ascolto.

Chi scrive, in modo particolare, è stato attratto dalle sezioni dedicate ad Elvis Presley e ai Beatles…

“Prima di Elvis non c’era niente” affermò un giorno John Lennon, a testimonianza della grandezza mondiale del messaggio musicale del “Re del Rock”, di cui i visitatori potranno ammirare la camicia militare originale indossata durante il suo leggendario servizio di leva a Friedberg, l’originale suo distintivo da sceriffo della Contea di Shelby, lettere, foto ed altro ancora.

Elvis vuol dire 149 dischi d’oro, platino e multiplatino; unico artista ad essere inserito in quattro Hall of Fame: Rock, Gospel, Country e Rockbilly; la sua casa è stata dichiarata monumento nazionale ed è la seconda casa più conosciuta d’America dopo la “Casa Bianca”; il suo concerto “Aloha from Hawaii” fu visto da più di un miliardo di persone (meno persone videro lo sbarco sulla Luna!).

Basta per far capire a tutti la grandezza di Elvis Presley?

La sezione dedicata ai “Bee Gees” ri-porta il visitatore al 1977, anno de “La febbre del sabato sera” con Tony Manero, alias John Travolta.

Oggi Barry è l’unico sopravvissuto: il fratello più piccolo Andy è morto per problemi cardiaci nel 1988, Maurice il 12 gennaio del 2003 per un attacco cardiaco, Robin il 20 maggio del 2012 di cancro.

E poi gli abiti di scena del “Duca Bianco” (David Bowie), di Michael Jackson, con foto, manoscritti, lettere di vario genere di tanti Artisti del Rock.

Sabato 30 settembre gran party di chiusura “Disco fever Night Party” con proiezione del film “Saturday Night Fever”.

E tu che mi leggi, non pensi di andarci, da solo o in compagnia?

 

EMILIO VITTOZZI

 

 

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Libri sotto le stelle ad Albanella servizio tg3 del 5 settembre 2017

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SE NON ORA, QUANDO?

“Il tempo non si trattiene, la vita è un compito da fare che ci portiamo a casa. Quando uno guarda, già sono le 6 del pomeriggio; quando uno guarda, già è venerdì; quando uno guarda, già è finito il mese; quando uno guarda, già è finito l`anno; quando uno guarda, già sono passati 50 o 60 anni; quando uno guarda, perdiamo l`amore della nostra vita e adesso è tardi per tornare indietro…

Non smettere di fare qualcosa che ti piace per mancanza di tempo.

Bisogna eliminare il dopo…

dopo ti chiamo… dopo lo faccio… dopo lo dico… dopo io cambio…

Lasciamo tutto per dopo come se il dopo fosse il meglio perché non capiamo che dopo il caffè si raffredda, dopo la priorità cambia, dopo l`incanto si perde, dopo, presto si trasforma in tardi.

Dopo la malinconia passa, dopo le cose cambiano, dopo i figli crescono.

Non lasciare niente per dopo perché nell`attesa del dopo puoi perdere i migliori momenti, le migliori esperienze, i migliori amici, i migliori amori…..

Ricordati che il dopo può essere tardi, il giorno è oggi….”

 

Concordo totalmente su quanto sostiene Paola Vernasca, di professione Coach (ma non di compagini sportive!).

Letto e riletto quanto riportato sopra, sottoscrivo in pieno l’esaustiva affermazione.

L’affermo anch’io che, dopo un infarto, ho avuto anche un edema polmonare che ha costretto il Cardiochirurgo di turno ad installarmi un impianto di defibrillatore automatico bi ventricolare.

Ecco perché, come ha affermato un mio collega di lavoro, sembra che io “prenda a morsi la vita”…

Ho ancora voglia di leggere, di recensire libri, di vedere film, di presentare manifestazioni sportive-sociali-culturali, di confrontarmi con tutti, di osservare il mare di Via Caracciolo, il Vesuvio (ma non in fiamme!), il Centro Storico di Napoli con tutte le sue bellezze artistiche, una partita di calcio all’Inter Club Ottaviano, di fare pit-stop da “Montaditos 100″ a Piazza Garibaldi a Napoli (dove Luigi accoglie i clienti con simpatica ed efficace professionalità!), di gustare una “pizza alla genovese” alla “Hostaria Mediterraneo”, una “pizza al ragù” da “Concettina ai Tre Santi”, un babà da “Mazz”, un gelato da “Leopoldo”.

Ecco perché cerco di reagire all’apatia generale di Socialità che vedo regnare dovunque…

Ecco perché non rispondo con sms agli sms ma con telefonate; non rispondo alle email con email ma con telefonate; rispondo ai generici inviti “Ci vediamo?” con “Fissiamo un appuntamento”; coltivo l’Amicizia con i vivi prima che diventino morti…

“Se non ora, quando?” era uno slogan femminista; lo faccio mio per rispetto alle battaglie delle Donne e perché “del doman non v’è certezza”…

“La vita è adesso” canta il Claudio Nazionale (Baglioni): si, la vita è adesso.

Sempre, comunque e dovunque.

 

EMILIO VITTOZZI

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ATTRAZIONE FATALE?!

C’è una canzone di Antonello Venditti che afferma che “certi amori non finiscono / fanno dei giri immensi / e poi ritornano”, ad indicare amori indissolubili…

Personalmente non sono d’accordo con il noto cantautore romano: quando l’amore è terminato, è terminato… E basta!

Così la penso io ma constato che nel 2016 sono state ben 120 le donne uccise da mariti, fidanzati, amanti. Uomini che non avevano capito che l’amore di queste donne per loro era terminato. Per la verità, le cronache ci raccontano anche di uomini perseguitati…

A tal proposito, so di una donna di circa 40 anni, sposata e con due figli, che, anni ed anni fa, aveva instaurato una relazione extraconiugale con un uomo più grande di lei; uomo che lei stessa aveva allontanato preferendogliene altri…. Ora, dopo molto tempo, costei cerca ancora, ad intervalli regolari e in vari modi possibili, quest’uomo, ritiratosi in buon ordine, provocandogli problemi nella sua vita affettiva, sociale, ecc…(penso sia proprio questo quel che lei voglia). Questa donna non vuole capire che quel rapporto è terminato… E basta!

Come non credo ai felici ritorni di giocatori nella stessa squadra che avevano lasciato per motivi economici, per giocare con la stessa maglia che avevano pubblicamente baciato per la gioia dei tifosi, ma, forse, senza convinzione…

Così non credo alle minestre riscaldate nei rapporti umani….

 

EMILIO VITTOZZI

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Ed è subito sera ad Albanella a Libri sotto le stelle

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“Libri e cazzotti”

E’ questa la prima opera libraria di Tullio Pironti, scritta nel 2005, anche se il libro non sente, assolutamente, l’avanzata del tempo…

Chi scrive ha letto prima “Il paradiso al primo piano” dello stesso Autore e poi questo e ha potuto subito osservare la differenza fra le due opere: “Libri e cazzotti” narra la vita dell’Editore Pironti, “Il paradiso al primo piano”, invece, la vita dell’Uomo Pironti. L’affermazione potrebbe sembrare strana, ambigua ma è proprio così: nel suo primo libro Tullio Pironti ricorda i primi passi da Editore fino all’esplosione e alla consacrazione del suo nome nel Gotha dell’Editoria Napoletana, Campana, Nazionale.

Il libro di 199 pagine scivola via come sabbia fra le dita, in quanto è estremamente leggibile, molto godibile, incuriosisce il lettore in ogni suo capitolo.

Anche in quest’opera c’è molto di Napoli, ma la città è solo lo sfondo degli incontri culturali dell’Autore con tanti, tantissimi nomi illustri della letteratura mondiale. Dalla conoscenza del famosissimo Professor Giuseppe Galasso, repubblicano, alla visita dell’ispettore di Einaudi, al debutto come editore alla profonda amicizia con Joe Marrazzo. E poi gli scontri con la Mondadori, l’amicizia con Fernanda Pivano (che ha curato la prefazione del libro), il no a Lucio Gelli ed a Giulio Andreotti, i pastori inviati a Leonardo Sciascia, la non-collaborazione con Federico Fellini…

Lo stile è equilibrato, improntato sull’uso di un Italiano preciso e pulito. La prosa è misurata: mai troppo lunga ma nemmeno scarna, dà i dettagli giusti ma non annoia. Mai. Anzi… Il libro si può paragonare ad una sorta di thriller… Ed a me è piaciuto. Come l’altro, il successivo che ho letto per prima…

 

TULLIO PIRONTI

“Libri e cazzotti”

Tullio Pironti Editore

€ 10,00

 

EMILIO VITTOZZI

 

 

 

 

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UNA VISITA AL CIMITERO DI POGGIOREALE


Nella celebre “‘A livella” Antonio de Curtis, in arte Totò, racconta che “ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti di andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza; ognuno adda tenè chistu penziero.”
No, non è il 2 novembre ma una calda giornata d’agosto. Lavoro di pomeriggio e, dunque, essendo stato l’anniversario di morte di papà pochi giorni or sono, mi reco al Cimitero di Poggioreale. Fa caldo, veramente caldo; il camposanto è quasi totalmente vuoto. Ci sono solo degli operai a lavoro. Tutto attorno è un cumulo di sterpaglie ingiallite dal sole. Polvere, fiori secchi: una vera desolazione. Arrivato alla tomba di mio padre (dove è sepolto anche mio figlio Valerio), rimango sbigottito. Nelle vicinanze hanno effettuato dei lavori di muratura e, credo, nel togliere i tubi Innocenti hanno letteralmente dissolto le piante di geranio che cingevano la tomba di famiglia. Sono rimasti solo i vasi senza gerani. No, non sono rotti: sono vuoti… Con le mani, tolgo tutto quel che c’è da gettare: bottiglie di plastica, pacchetti vuoti di sigarette, biglietti della Circumvesuviana, fiori di plastica scoloriti e sporchi di gesso. Nel far questa operazione mi accorgo che attorno a papà sono sepolti un sindaco di Napoli dell’800, un giudice, tanti illustri personaggi. E mi viene ancora in mente “‘A livella”: “‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo, trasenno ‘stu canciello ha fatt”o punto c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme “. E’ proprio vero: la morte livella tutto! Arriva per tutti, indistintamente, uomini, donne, bambini… L’incazzatura per come ho trovato la tomba di papà diminuisce anche se penso alla sacralità, pr me, del luogo. In un contenitore pongo una rosa rossa per papà, nell’altro un giglio bianco per mio figlio. Un gatto, spuntato da chissà dove, mi osserva incuriosito; poi se ne va. Pulisco come posso la foto in ceramica di papà e l’angioletto di Valerio, recitando le classiche preghiere, quelle basiliari: l’Ave Maria, il Padre Nostro, l’Eterno Riposo. Per papà, per mio figlio, per mia zia Eva, per i miei parenti, per i miei Amici di lavoro, di Partito, di Sindacato, di Inter Club che hanno già lasciato questa terra. Mi vengono in mente Giacinto Facchetti, l’Avvocato Prisco, don Tonino Bello, Ciro Esposito e tanti, tanti altri…
Dio Li abbia in gloria!

EMILIO VITTOZZI

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Dal Mediterraneo al Mondo alla Rovescia (o: Tutto viene dal mare)

Dal Mediterraneo al Mondo alla Rovescia (o: Tutto viene dal mare)

Rivoluzioni e Mondi alla Rovescia allo Sponz Fest di Calitri (AV), ideato e diretto da Vinicio Capossela. L’eclettico Erri De Luca in conferenza su: Mediterraneo, religioni, guerre, paure, migrazioni, fraternità

In Italia il sud esiste, ma non esiste il nord, che è un’allucinazione geografica, siamo tutti a sud. Sono grato al nord per il baccalà, tutto il resto, però, è arrivato dal mare. Tutto il resto, nel quale faccio rientrare la nobile voce di cultura, è giunto dal Mediterraneo: l’architettura, la scultura, il teatro, la poesia, l’astronomia, la geometria, i numeri, persino il monoteismo. Noi eravamo politeisti, amavamo l’abbondanza: nel politeismo, intimamente democratico, nessuna divinità esclude l’altra. I Romani erano un concentrato del politeismo poiché tutti i popoli conquistati, avevano una rappresentanza delle loro divinità a Roma. Le famiglie romane avevano i lari penati personali, le divinità private di ogni famiglia, ma gli specialisti e buongustai erano i Greci, che avevano persino intitolato un altare al dio sconosciuto (segue un’ilare battuta in napoletano: fosse che passa qualcuno e si tocca e’ niervi, si arrabbia… almeno ce lo teniamo buono, lo sconosciuto!), il milite ignoto del politeismo. Poi è arrivato il monoteismo, esclusivo, che sradicandole dal cuore delle persone, ha cancellato le divinità precedenti, facendole scadere in mitologia, catturando spiriti, attenzioni e devozioni delle persone e sostituendole tutte: come ha fatto? Ci sono varie ipotesi. Anzitutto preciso che non sono credente, ovvero, escludo la divinità dalla mia vita, ma non da quella degli altri: se qualcuno si rivolge alla divinità, non ho nulla da eccepire, mentre l’ateo esclude la divinità dalla sua vita e da quella degli altri. L’ipotesi che mi affascina come non credente, dunque, è che quella divinità, per la prima volta, non essendo fissata in immagini, ha deciso di esprimersi con le parole, lasciandosi immaginare attraverso le parole. Il verbo più diffuso nell’Antico Testamento è dire: dice, disse, si ripetono spesso. La parola diviene strumento di comunicazione, è lo strumento a cui sono più affezionato, nel quale mi sono specializzato: mi sento cittadino del vocabolario della lingua italiana. Da questo punto di vista non rischio di essere mandato in esilio, è la mia cittadinanza, la mia residenza. Quella divinità decideva di manifestarsi con la parola, come forma di scambio e fatto compiuto, come fabbricante di realtà. A un certo punto della Scrittura sacra si dice: “Sarà luce”: chi lo dice? E subito dopo si legge: “E la luce fu”! Sono proprio quelle parole che hanno acceso la luce, che l’hanno fatta avverare. Tutti i sei giorni della creazione sono preceduti da ciò che dice la divinità, che di conseguenza, diventa qualcosa di compiuto. Le parole diventano fatti che creano la realtà, il traguardo massimo che la parola possa raggiungere, l’alta definizione di un’immagine prima sfocata, il prodigio di far diventare nitida la realtà. La realtà esiste intorno a noi, ma quando la pronunciamo, cioè aggiungiamo le parole per raccontarla, diviene nitida. Come quando scrivo e ogni volta lo scopro con sorpresa: inizialmente ho un’idea vaga di ciò che sto per scrivere, finché con le parole non diventa chiara, nitida, indelebile. Questo è il motivo per il quale mi piace raccontare: mentre scrivo una storia, comincia a muoversi, vengono fuori pensieri, associazioni, si cominciano a creare diramazioni, divagazioni, mi scappa da ogni parte. Mi sfugge perché è più grande di me, io la trattengo in un piccolo contenitore mentre la sto raccontando, anzitutto a me stesso. Perché possa decidere di raccontarla agli altri, una storia deve prima piacermi. Il potere della parola e la parola al potere La parola ha un potere enorme, meraviglioso, ma nel contempo può essere micidiale, perché le parole falsificano, ingannano. Il potere regolarmente spaccia un vocabolario falso, le cui parole, le persone meno attrezzate per assaggiarle, finiscono per inghiottire e fare proprie, assorbendole nel proprio organismo. Io invece, quando mi arriva una parola falsa del potere, la sputo (fa il gesto e segue applauso) e la sostituisco con quella più adatta. Quando il potere dice che ci sono delle ondate migratorie, io dico che è un vocabolario falso, perché con ondate indica una necessaria reazione della terraferma, che alza dighe, barriere, cerca di respingerle. Con quel vocabolario falso, si suscitano parole e azioni vere. Si tratta di flussi migratori, energie nuove che entrano nella popolazione anziana come la nostra e la rianimano, fornendole nuova energia. Nella scuola italiana negli ultimi 3 anni si sono persi 100.000 alunni, ciò vuol dire che neanche il rabbocco dei figli degli immigrati riesce a pareggiare il disavanzo. Sento parlare di invasione: gli Italiani che si sono trasferiti all’estero, pensionati soprattutto, ma anche molti giovani, sono ben di più dei nuovi arrivi. Non siamo un Paese invaso, bensì in via di desertificazione, diminuiamo costantemente di numero e di peso. Quando ero giovane io, eravamo i figli dell’abbondanza di nascita del dopoguerra, una generazione nata per ripopolare e, nel Novecento delle catastrofi, – io sono nato proprio in mezzo -, eravamo una generazione acculturata in massa, grazie a una scuola eccellente che sfidava l’analfabetismo e la disuguaglianza. Eravamo per la prima volta consapevoli della nostra cultura delle competenze, di essere in tanti, insofferenti verso l’autorità degli adulti. La prima attività politica della nostra generazione è stata destituire di fondamento l’autorità degli adulti, criticandola e umiliandola. Segno di una volontà di cambiamento, di inventare qualcosa e far scadere le precedenti autorità. Attualmente ci si trova in una situazione opposta: anche oggi, noi anziani siamo la maggioranza, è una condizione imbarazzante. Quando mi chiedono cosa penso dei giovani, il nostro futuro, rispondo: niente, perché i giovani sono il loro futuro! Io ho avuto e mi sono giocato il futuro! Ai giovani il futuro spetta biologicamente: avranno quello che cercheranno di orientare, se decideranno di lasciare un segno, mentre se decideranno di stare alla finestra, quello che inevitabilmente arriverà. È una destinazione obbligatoria, la scelta è tra indicare una direzione o lasciare che lo faccia il mondo, che va avanti veloce e a rotoli, e ci sorpassa. Nell’Enrico V di Shakespeare, il prologo si rivolge alle persone in sala: “noi possiamo nominare le cose, ma l’immagine dovete metterla voi. Quando noi diciamo cavalli, dovete metterceli che corrono, scalpitanti, quando diciamo il nostro re, vestitelo”. Questo è ciò che le parole riescono a fare. Quando talvolta vengono adottate dalla musica, riescono a creare dei buoni connubi, con un gesto di alleanza, che le rende indelebili. Allo stesso modo, succede per dei versi brutti che diventano indelebili sempre grazie alla musica: “finché la barca va, lasciala andare” o, “con 24.000 baci, felici corrono le ore”, servirebbero 7 ore di seguito per tutti quei baci o un semestre! Pensate poi a tutti i problemi che creerebbe darli tutti insieme, si dovrebbe ricorrere quantomeno alle cure dell’odontotecnico! Per fortuna la musica con le parole riesce a fare dei prodigi persino giudiziari. Una canzone della mia gioventù politica diceva: “compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza e picchiate con quello”. Diciamo che era un’incitazione a commettere reato, ma non è stata incriminata perché c’era la musica, che rendendola opera d’arte, la salva dalle conseguenze penali. La musica rende una dichiarazione aggressiva, compatibile con la comunità: io sono stato incriminato per una dichiarazione al telefono (dopo averne fatto dappertutto in posti pubblici) sulla linea dell’alta velocità in Val di Susa. Ho capito dove ho sbagliato: avrei dovuto rilasciare alla signora una dichiarazione cantata, con la musica, e così avrei evitato l’incriminazione! (Risate e applausi) La paura, sentimento sfruttato politicamente Io appartengo al secolo delle Rivoluzioni, lo strumento politico con cui sono state rovesciate tirannie, o si è tentato, imperi coloniali secolari, sono nate nuove nazioni e indipendenze. Il ventesimo secolo non è stato solo rivoluzionario, è stato anche il più pericoloso, quello più carcerario, degli stermini, dei campi di concentramento, della bomba atomica e con la maggior perdita di vite umane. Nel 1900 gli obiettivi principali delle guerre sono diventati i civili: uomini, donne, bambini, bombardati dall’alto, a caso. Io sono nato a Napoli, la città più bombardata d’Italia: mia madre mi ha raccontato dell’incubo dei bombardamenti che tutte le notti la svegliava. Nel 1943 il suo sonno (era costretta a dormire vestita) veniva interrotto di continuo dalle sirene degli allarmi, che la facevano scappare verso il rifugio, dov’era sempre tra le prime ad arrivare, preceduta solo da un generale in pensione. Nonostante la tragicità della situazione, le discussioni sugli allarmi, tramandate soprattutto dalle donne, avevano anche dei momenti di sdrammatizzazione che sembravano inadeguati, mentre rappresentavano invece, il modo migliore per smaltire lutti, ferite, mancanze. I racconti non possono essere tristi, catastrofici, persecutori, ma devono avere all’interno quella spezia che permette di narrarli ancora, sdrammatizzandoli. Le spezie comiche le sanno mettere bene solo le donne, per questo forse ho incorporato il suono dell’allarme di mia madre. Quando nel 1999 c’è stata la guerra contro la Jugoslavia, non potevo sopportarla, sono andato presso l’ambasciata jugoslava a Roma e ho chiesto di passare del tempo a Belgrado. Una notte di fine aprile, passando con un furgone attraverso l’Ungheria, sono arrivato a Belgrado, ho sentito il suono della sirena dell’allarme aereo, e ho finalmente provato il sentimento di essere in pace con il mio secolo. Ho fatto una sanatoria nei confronti dell’incubo della sirena degli allarmi aerei incistato nei sogni di mia madre: sono rimasto in un albergo all’ottavo piano senza elettricità e vi ho trascorso le notti più rumorose della mia vita. Non sono andato nei rifugi, ma ero lì perché disertavo dal Paese che bombardava. Quando al ritorno, mia madre rimproverandomi, mi ha chiesto i motivi del mio gesto, non necessario, come per lei che sotto le bombe aveva dovuto difendersi, le ho risposto che ero andato a cercarlo perché mi aveva trasmesso lei quella reazione nervosa, quella febbre nei confronti di un bombardamento di una città! Io considero la massima forma di terrorismo, il bombardamento aereo massiccio di gente inerme, sparandole addosso dei cannoni per distruggere il maggior numero possibile di vite, prese a casaccio. Il Novecento è stato un secolo pieno di pericoli per gli stermini, la bomba atomica e la possibilità in qualsiasi momento, di distruggersi a vicenda con una guerra atomica. E quale poteva essere l’antidoto, se non quello di non avere paura? Era una forma di educazione: avere paura era da codardi, il coraggio era una virtù obbligatoria. Oggi si specula sul sentimento della paura, a Napoli ci sono le paura inventate, si suggerisce di cosa avere paura, oggi ci si compiace di avere paura. Una delle paure più diffuse è quella dello straniero. Facciamo un esperimento: andate per strada, prendete uno straniero, assicuratevi che sia povero (se è ricco non vale) e portatelo a casa. Davanti alla porta invitatelo a entrare, poi ditegli di uscire, subito dopo, di nuovo di entrare, e così ancora diverse volte: vedrete che dopo un po’ non avrete più paura (risate e applausi)! Sono stato anch’io un emigrato per lavoro, ho fatto l’operaio in fabbrica a Torino. Sotto il portone dell’edificio in cui abitavo c’era un cartello: Non si affitta ai napoletani, dandoci l’onore di coprire tutto il sud. Sono stato operaio anche a Milano e in Francia, ma quando emigravamo noi, eravamo controllati dalle gengive agli occhi, per verificare se ci fosse il glaucoma, in America motivo di respingimento. Le persone respinte erano al massimo il 2 per cento, venivano accolti quasi tutti. Migranti senza via d’uscita, peggio degli schiavi L’essere umano non ha mai viaggiato così male come ora, sulla superficie del nostro Mediterraneo. Nemmeno gli schiavi subivano ciò che subiscono oggi i migranti. Gli schiavi erano merce che doveva arrivare in buone condizioni, perché solo così chi li vendeva avrebbe potuto guadagnare. Oggi i migranti pagano prima di partire, sono già stati spremuti in tutti i modi possibili. Da quella merce i trafficanti hanno guadagnato tutto ciò che potevano spillare e non si interessano più al loro destino. Li fanno salire seminudi, senza bagaglio, senza scarpe, né acqua, su canotti con una sola camera d’aria costruiti con materiale grezzo con motori da 40 cavalli. L’unico modo in cui quei canotti di dieci metri riescono a guadagnare il largo, stracolmi di almeno 150 persone, è che il mare sia molto piatto, altrimenti non ce la fanno, tornano indietro. È questo il motivo per il quale i trafficanti non appena il mare è piatto, spediscono al largo più canotti possibili. Se accade qualcosa entro le 12 miglia, acque territoriali, nessuno conta quei poveri migranti. Mi sono chiesto che cosa muova un giovane che non ha mai visto il mare, una donna delle campagne, spinta di notte a salirci, senza spaventarsi: non possono ripensarci, una volta deciso il carico, non si torna indietro, quelli che si mostrano recalcitranti, subiscono spari nelle gambe o dove capita. Ma non è solo questo: lo fanno perché, salendo su quei canotti non hanno più la prigione intorno, non hanno più i carcerieri, i torturatori, gli stupratori, non hanno più addosso tutta l’Africa che li ha sfruttati, decimandoli. Liberté, Egalité, Fraternité La fraternità, che mi sta molto a cuore, non ha che a che vedere con alcuna lotta o conquista, è la precondizione per ottenere sia la libertà che l’uguaglianza. È un sentimento di solidarietà che tiene insieme le persone, la Rivoluzione francese l’ha messa in mezzo alla trinità laica, come statuto. Ma se la libertà e l’uguaglianza si può lottare per ottenerle, così non è per la fraternità, un’energia, un sentimento che unisce le persone e le rende parte di un unico universo. Non mi faccio sfuggire l’occasione per chiedergli come consideri il femminicidio È una vigliaccheria maschile, il ricorso a una pretesa superiorità fisica che dovrebbe fondare la sottomissione femminile, sulla forza e la prepotenza. A noi hanno insegnato che toccare una donna è un atto di vigliaccheria, oggi pare che “si possa fare”! È una prepotenza da cui le donne devono difendersi, ribellarsi: oggi uno stalker, un persecutore, lo fanno stare pochissimo in gattabuia, poi lo scarcerano. Tutto questo perché la giustizia non considera la persecuzione di una donna, come una gravissima lesione della vita civile.

Floriana Mastandrea

 

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“Il paradiso al primo piano”

TULLIO PIRONTI
“Il paradiso al primo piano”
Tullio Pironti Editore
 
€12,00
 
Dopo il buon successo di vendita e di critica di “Libri e cazzotti” (pubblicato nel 2005), il noto libraio-editore di Napoli Tullio Pironti dà alle stampe “Il paradiso al primo piano” , la cui prefazione è di Francesco Patierno.
Si parla del sesso, vissuto con impazienza e un po’ di ingenuità, sperimentato per la prima volta a diciotto anni appena compiuti, in una delle tante case chiuse dell’epoca, con una prostituta di nome  Rosaria. Si parla degli amori: Rosaria, appunto, Cinzia, Annamaria, Anita. Si parla del gioco d’azzardo: i cani prima, le carte poi, infine l’addio al tavolo verde. E poi le amicizie: in primis quella con Alfredo, i sentimenti, le illusioni, le speranze, gli incontri, i piccoli miracoli, il mare, la nostalgia che pervade tutto, che colora le pagine come la luce calda e un po’ lontana di un tramonto.
Poi c’è la città di Napoli, da sfondo olograficamente, da contenuto negli atteggiamenti dei personaggi descritti dall’Autore, nella filosofia di vita dello stesso Pironti; la Napoli della Seconda Guerra  Mondiale e del dopo-guerra; la Napoli prima-durante-dopo la “epopea Bassolino” che Pironti prima ha amato ma  da cui, poi, si è distaccato; la Napoli del “tiramm ‘a campà”; la Napoli dei bordelli dai nomi semplici o altosonanti, chiusi il 20 settembre 1958 per colpa della Senatrice Socialista Angelina Merlin (ma la prostituzione classica, di colore, minorile non è assolutamente sparita né a Napoli, né altrove!); la Napoli della Cappella San Severo  (tappa che tutti i turisti ma anche i Napoletani dovrebbero fare nella vita, almeno una volta, a mò di Mecca!); la Napoli che non si rassegna alla malasorte e quella che è inginocchiata al Potere; la Napoli dei vicoletti del Centro Storico (dove il sole non entra mai!); la Napoli e le sue tavolate con frittata di maccheroni, salsicce e friarielli, salame napoletano, formaggi e mozzarelle di bufale; la Napoli e le sue canzoni classiche.
Il libro di 193 pagine si legge con estrema facilità, portando il lettore al centro delle situazioni di cui si parla e lasciandolo, nel finale, con una struggente sorpresa…

EMILIO VITTOZZI
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