Il terremoto, Goldrake e un lingotto di cioccolata fondente 

di Tonino Scala
Quella scossa l’ho sentita, la sento ogni qualvolta c’è un terremoto. La sento dentro i miei ricordi di un bambino oramai adulto. La sento nelle immagini in tv. La sento è mi sento male ora che capisco. Era una sera di novembre, si sentiva giá l’odore del Natale: Novembre 1980. Quella scossa la sento quando ripenso a quella sera, a quella sicurezza miscelata alla paura nello sguardo di mio padre. Eravamo andati ad abitare da pochi giorni nella casa nuova. Nuova mo’, una stanza di cinquanta metri quadri che mio padre aveva diviso con dei blocchi di gesso, proprio quel giorno, creando un corridoio, una camera da letto per lui e mamma e un salone-cucina-soggiorno per noi. Il sabato e la domenica lavorava per la casa nuova, gli altri giorni per il pane e per il latte. Faceva il muratore, ‘o fravecatore, ci sapeva fare! Proprio in quelle ore aveva diviso la casa, da poco aveva posizionato, con la colla cementizia, gli ultimi blocchi. Aspettavamo la partita. Non c’era Sky, la Rai dava il secondo tempo di uno scontro calcistico importante ogni domenica, prima del telegiornale. Il 23 novembre del 1980 c’era una partita dell’Inter. Ricordo ancora quegli attimi. Ho impresso lo sguardo del mio gigante che manteneva quelle mura, quei bocchi che sembravano costruzioni della Lego. Come era bella la luna quella sera! Nella mia vita è un’immagine indelebile, così come quel 23 novembre 1980. La terra tremava, mia sorella piangeva, mio fratello non era ancora nato, io guardavo la luna. Bella, lucente, grossa, mi ricordava quella che verdevo in Goldrake il mio cartone preferito. A dire il vero davono solo quello in tv! Tutti erano preoccupati, io no. Avevo papà che reggeva i muri ed ero certo che Actarus sarebbe arrivato per salvarci. Avevo sei anni, non conoscevo i terremoti, ma conoscevo bene i mostri venuti da Vega. Di sicuro saranno stati loro a creare tutto sto casino, ma tanto arriva Goldrake e… nella mente la sigla finale di quel cartone che faceva più o meno così …mille armi tu hai, non arrenderti mai, perché il bene tu sei, sei con noi….Vai, contro i mostri lanciati da Vega…Actarus non arrivò mai, ma arrivarono i militari con il latte caldo, i biscotti, le coperte. Il primo impatto non fu dei migliori, dormivamo in macchina, avevamo una 127 verde pisello e cromatura d’argento, mentre ero appisolato sul sedile di dietro, mia sorella abbracciata a mia madre su quello davanti, bussarano al finestrino. Ebbi paura. Era un uomo con una mantella verde, era un militare con in mano un termos con del latte caldo. Mi diede anche dei biscotti e una tavoletta di cioccolata fondente. Fino a quel momento per me la cioccolata era stata solo al latte o alle nocciole. Quel lingotto nero di cioccolata, duro come le pietre, me lo feci piacere. Quel ragazzo che veniva dal Friuli me lo portava ogni giorno quel lingotto amaro, non mi piaceva ma non potevo dire no, era così gentile! Dormimmo per più di una settimana in macchina, tante le scosse di assestamento, tanta la paura negli occhi di mio padre, paura mista a sicurezza che doveva darmi: era mio padre! I giorni passarono, tornammo in quella casa che ai miei occhi sembrava bellissima. La casa subì danni, fu lesionata dal sisma irpino, ci spettava il container ma papà non volle portarci dentro una casa di ferro. Dopo qualche anno andammo a vivere da nonna e da lì non ci siamo mossi più. In queste ore sto rivivendo quei momenti, sto guardando la luna bella come allora, consapevole che Actarus non possa arrivare ma con la speranza che qualche ragazzo con la mantella verde possa portare un lingotto di cioccolata fondente a quei bambini che stanno vivendo ore drammatiche che ricorderanno, purtroppo, per tutta la vita! 
…mille armi tu hai, non arrenderti mai, perché il bene tu sei, sei con noi…. Vai, contro i mostri lanciati da Vega… Quella scossa l’ho sentita, la sento ogni qualvolta c’è un terremoto. La sento dentro i miei ricordi di un bambino oramai adulto. La sento nelle immagini in tv. La sento è mi sento male ora che capisco. Era una sera di novembre, si sentiva giá l’odore del Natale: Novembre 1980. Quella scossa la sento quando ripenso a quella sera, a quella sicurezza miscelata alla paura nello sguardo di mio padre. Eravamo andati ad abitare da pochi giorni nella casa nuova. Nuova mo’, una stanza di cinquanta metri quadri che mio padre aveva diviso con dei blocchi di gesso, proprio quel giorno, creando un corridoio, una camera da letto per lui e mamma e un salone-cucina-soggiorno per noi. Il sabato e la domenica lavorava per la casa nuova, gli altri giorni per il pane e per il latte. Faceva il muratore, ‘o fravecatore, ci sapeva fare! Proprio in quelle ore aveva diviso la casa, da poco aveva posizionato, con la colla cementizia, gli ultimi blocchi. Aspettavamo la partita. Non c’era Sky, la Rai dava il secondo tempo di uno scontro calcistico importante ogni domenica, prima del telegiornale. Il 23 novembre del 1980 c’era una partita dell’Inter. Ricordo ancora quegli attimi. Ho impresso lo sguardo del mio gigante che manteneva quelle mura, quei bocchi che sembravano costruzioni della Lego. Come era bella la luna quella sera! Nella mia vita è un’immagine indelebile, così come quel 23 novembre 1980. La terra tremava, mia sorella piangeva, mio fratello non era ancora nato, io guardavo la luna. Bella, lucente, grossa, mi ricordava quella che verdevo in Goldrake il mio cartone preferito. A dire il vero davono solo quello in tv! Tutti erano preoccupati, io no. Avevo papà che reggeva i muri ed ero certo che Actarus sarebbe arrivato per salvarci. Avevo sei anni, non conoscevo i terremoti, ma conoscevo bene i mostri venuti da Vega. Di sicuro saranno stati loro a creare tutto sto casino, ma tanto arriva Goldrake e… nella mente la sigla finale di quel cartone che faceva più o meno così …mille armi tu hai, non arrenderti mai, perché il bene tu sei, sei con noi….Vai, contro i mostri lanciati da Vega…Actarus non arrivò mai, ma arrivarono i militari con il latte caldo, i biscotti, le coperte. Il primo impatto non fu dei migliori, dormivamo in macchina, avevamo una 127 verde pisello e cromatura d’argento, mentre ero appisolato sul sedile di dietro, mia sorella abbracciata a mia madre su quello davanti, bussarano al finestrino. Ebbi paura. Era un uomo con una mantella verde, era un militare con in mano un termos con del latte caldo. Mi diede anche dei biscotti e una tavoletta di cioccolata fondente. Fino a quel momento per me la cioccolata era stata solo al latte o alle nocciole. Quel lingotto nero di cioccolata, duro come le pietre, me lo feci piacere. Quel ragazzo che veniva dal Friuli me lo portava ogni giorno quel lingotto amaro, non mi piaceva ma non potevo dire no, era così gentile! Dormimmo per più di una settimana in macchina, tante le scosse di assestamento, tanta la paura negli occhi di mio padre, paura mista a sicurezza che doveva darmi: era mio padre! I giorni passarono, tornammo in quella casa che ai miei occhi sembrava bellissima. La casa subì danni, fu lesionata dal sisma irpino, ci spettava il container ma papà non volle portarci dentro una casa di ferro. Dopo qualche anno andammo a vivere da nonna e da lì non ci siamo mossi più. In queste ore sto rivivendo quei momenti, sto guardando la luna bella come allora, consapevole che Actarus non possa arrivare ma con la speranza che qualche ragazzo con la mantella verde possa portare un lingotto di cioccolata fondente a quei bambini che stanno vivendo ore drammatiche che ricorderanno, purtroppo, per tutta la vita! 
…mille armi tu hai, non arrenderti mai, perché il bene tu sei, sei con noi…. Vai, contro i mostri lanciati da Vega…
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Tira vento a Maierá…ci sono “I Santo California”


di Tonino Scala

Tira vento a Maierá, vento di mare: domani sarà cattivo tempo.

È una sera d’estate, c’è la festa al paese, ancora pochi giorni e tutti andranno via. Turisti, emigranti torneranno in città e i paesi di mare e montagna di una Calabria da scoprire resteranno vuoti. Le piazze assolate torneranno nostalgiche e solagne. Questa sera ci sono I Santo California in concerto, nella piazza con alle spalle la chiesa, meglio non pensarci. Le macchine sono parcheggiate lungo la statale, la gente invade come un’onda anomala questo presepe sui monti del cosentino, un grande evento, una grande occasione per vivere questa bomboniera di paese. È un momento per rincontrarsi, raccontarsi, mettere in piazza i ricordi. Vedo volti, leggo storie. Storie di un sud che si fa città, un sud che torna per non perdere il contatto con le proprie radici, un sud che giustamente non vuole recidere il proprio cordone ombelicale. Ci sono i calabresi che ormai parlano milanese e mostrano le proprie mogli di città con fierezza. Oggi hanno qualche chilo in più, qualche ruga su un viso sempre bello ma quarant’anni fa arrovotavano! Ci sono donne che mostrano con orgoglio quel ragazzo del nord conosciuto un’estate di quarant’anni fa sulla spiaggia di Cirella. Intanto I Santo California cantano dolce amore mio e quei ragazzi under e over 60 chiudono gli occhi e ricordano i loro giorni andati, i loro amori, le gite sulla Sila, i falò sulla spiaggia, la mortazza nei panini, i juke boxe che dal bar del paese irradiavano la valle, le vespe 50 asciugamani sulle sellone e via, i lati B di quarantacinque giri da ballare core a core in una sala da pranzo con le sedie lungo il perimetro della stanza. Ricordi di lampadari a gocce di cristallo con le lampadine coperte da carta velina, carta mozzarella, talvolta quella del pane per creare atmosfera. Tra quei ragazzi ci sono anch’io. Con qualche anno in meno ma lì con gli occhi aperti a cantare mentre i miei figli mi guardano. Le conosco tutte, ho vissuto quelle canzoni qualche anno dopo, ho sempre frequentato quelli più grandi di me e gioco forza le loro canzoni son diventate le mie. Quel complesso fatto da ragazzi di Nocera e Angri con i capelli bianchi di ricordi canta, nei loro occhi rivedo scorrere anni, vite, amori, non ci lasceremo mai, pantaloni a zampa di elefante e lenti da ballare stretti stretti. È il momento di Monica e di non so cosa farei dei giorni miei senza di te, io che non so dire mai, che amo te, con questa lettera, dirò che negli occhi e nella mente…Quei ragazzi di quarant’anni fa sognano e sogno anch’io. Vorrei sapere cosa pensano i miei figli, forse meglio di no si perderebbe la poesia del momento, meglio leggere i loro occhi e immaginare. Il vento si fa più forte così come il canto dell’agronocerino che si fa Calabria, che si fa mondo…la gente è lì, la piazza è ancora piena. Il piccolo è stanco vuole andare via, andiamo, manca poco, ascolterò gli ultimi pezzi da lontano. È tutto buio, le macchine son sempre sulla statale buia che aspettano. Una volpe attraversa la strada, in lontanaza il mare, si vedono le luci delle città che tra qualche ora si svuoteranno. Penso a quelle canzoni penso a Monica la protafonista della serata è di tante altre santocaliforniane: una donna fortunata. Il concerto sta per finire ecco la sento è Tornerò: sei la vita mia quanta nostalgia senza te, tornerò, tornerò. Il vento soffia domani senza mare, si prevede cattivo tempo, ma tornerà il sereno e anche i ricordi ad occhi aperti.

La luna guarda mentre la macchina va da sola tra le curve di una vita.

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Resto in città…

Resto in città non perché c’è la crisi, perché voglio stare con te ‘o mia bella Napoli, mai più ti rivedrò così, tra un anno forse, dopo che saranno arrivate le piogge, il freddo, i cappotti, le sciarpe, tra 12 lunghi mesi, quando tutti saranno ripartiti. Ma non ne parliamo, mo’ siamo soli, godiamoci questi momenti: le piazze vuote, le strade libere dal traffico, l’aria buona.

Resto in città perché ti amo e mi piace vederti rilassata con i negozi chiusi, con i turisti, senza munnezza, con le insegne spente. Restiamo insieme, soli, accucculiati come due innamorati.

 Resto in città perché mi piace il mare. Mi dirai è sporco, non si può fare il bagno. Hai ragione, ma è bello guardarti, bello pensare, sperare e sognare che un giorno potremo, si un giorno io e te potremo. Mi piace il mare, le città di mare hanno sogni nascosti. Scopriti, fammeli vedere, fatti scrutare, toccare, fammi godere, voglio una erezione dell’anima. La mia, la tua anima.

Resto in città prendilo come un regalo, come una vera e propria prova d’amore, una cena intima, a lume di candela sotto ‘a na luna buciarda e rossa. Una luna c’a me parle ‘e te lontano dal frastuono, dai rumori, dal caos.

Resto in città da sempre, non è un ripiego, ti assicuro. È vero hai ragione ho una moglie casalinga, tre figli, faccio ‘o fravecatore, 1000 euro al mese più gli assegni quando va bene, quando il lavoro c’è. Di certo non potevo andare alle Sayscelle! Ma a Torregaveta, a Baia, a Scalea, a Terracina, a Mondragone, a Baia Domizia si. Ed invece no, voglio stare con te, voglio tenerti compagnia. Ho voglia di ammirarti in tutta la tua bellezza. No, non ti preoccupà di mia moglie, non è gelosa, pur’essa te vo’ bene, è un rapporto a tre.

Resto in città … resta cu me, nun me lassà … per carità!

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Jambo Jet

Jambo dove sei.

Jambo Jet mitico gelato degli anni 80. Della Motta, della Alemagna non ricordo, ma che importa!

Cuore di panna, vestito di ghiaccio alle fragole, anima di amarena, forma di razzo. Ti voglio, ti voglio gustare, ti voglio leccare. Voglio avere le labbra e la faccia sporche di te.

Quanti ricordi! Eri il premio. Si il premio dopo il riposino al ritorno dal mare, dalla sabbia infuocata quella che ti ustionava, dopo cinque pagine del libro delle vacanze. Costavi 300 lire e chi so’ scorde!

Ti gustavo di nascosto dietro il vicoletto, sul muretto dei binari del treno, per paura che qualcuno mi chiedesse un morso. Eri tutto mio e ti dovevo gustare. Ogni centimetro di ghiaccio, ogni grammo di panna e coloranti, ogni pezzetto di amarena che restava tra i denti.

Mi manchi e con te mi mancano quei giorni, quelle ore immense ed intense, che non passavano mai. I pomeriggi fuori al balcone a studiare, a giocare con le palle da tennis, le canzoni alla radio, le sagre paesane. Mi mancano le giornate al mare, le partite di pallone, le spighe bollite ricche di sale, sale, sale, sale. Le donne con le sedie di paglia che dalla strada controllavano i figli e le case, i loro inciuci, i loro prendisole a fiorellini colorati, le mutande bianche, le gambe gonfie.

Jambo Jet dove sei, perché non torni …

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Mah…

 di EMILIO VITTOZZI

Qualcuno mi sa spiegare, in maniera chiara ed esaustiva, perchè, dopo non esserci cercati per vent’anni e più, adesso ci è presa ‘sta mania collettiva di scriverci di tutto, per tutto il giorno, e, caso mai, di vederci appena possibile?

Mi spiego meglio: tempo fa, ho ricevuto una telefonata da una persona che non vedevo da anni, tanti per la verità… Alla mia domanda: “A che devo ‘sta telefonata?” mi è stato risposto “Ho bisogno di soldi…”. Ed hai pensato a me? E che sò ‘na banca? Ma con quale coraggio mi hai telefonato? L’avrei capito da qualcuno che mi è sempre stato vicino, in tutti questi anni, ma da un (quasi) estraneo no! Ovviamente di me non sapeva niente: nè dell’incidente stradale, nè dell’infarto, nè dell’edema polmonare. Niente, nulla. Non sapevo neanche dove abitassi ora.

Invece, durante il drammatico periodo ospedaliero, mi è giunta una telefonata da una persona che da quando è andata in pensione (17 anni fa!) si è trasferita in provincia di Monza: avendo letto la notizia del mio ricovero ospedaliero su www.vesuvianando.blogspot.it (di Giovanni Navarone – GioNa), si è procurato il numero del cellulare e mi ha prontamente telefonato. Una chiacchierata informale, amichevole, conoscitiva con un ex-Collega (a cui avevo “presentato” la Festa di Quiescenza…) commosso, con la voce roca dall’emozione, che mi incitava con parole affettuose a non demordere…

Credo che la differenza di “corposità” fra le due telefonate sia notevole e visibile agli occhi di tutti.

Io che, in vacanza o per il Santo Natale, inviavo cartoline colorate scritte con dediche personalizzate; io che odio gli sms “seriali”, preferendo la calda telefonata.

Sbaglio? Mah…

Certo è che, nei giorni scorsi, mi sono regalato un t-shirt rossa con l’immagine del Che!

Romantico? Nostalgico? Fuori-moda? Obsoleto? O semplicemente coerente-controcorrente?

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Si son presi il nostro cuore…agosto 1861

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura, sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura, fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale, fu un generale di vent’anni figlio d’un temporale,

c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek…

Canta Fabrizio de Andrè, canta Fiume Sand Creek. Canta dell’estate del 1864 quando il governo americano ordinò che tutte le tribù indiane si radunassero in uno stesso luogo, presso un forte dell’esercito, Fort Lyon, nel Colorado. Gli Indiani non ubbidirono. Pronta la risposta: il colonnello Chivington organizzò il terzo Reggimento dei volontari del Colorado. Uomini della peggior specie reclutati per cento giorni soltanto, col compito di massacrare quanti più Indiani possibile, rifacendosi ad un proclama del 1854 del governatore di quello Stato, Evans, che esortava la popolazione a cacciare ed eliminare il numero maggiore di Nativi.

… Sognai talmente forte, che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso, le lacrime più piccole, le lacrime più grosse, quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse,

ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek …

Canta Fabrizio, canta il 1864, canta un eccidio, quello di una terra lontana. Canta il poeta degli oppressi, degli ultimi, dei desperados.

Anch’ io voglio cantare perché sto ‘ncazzato. Incazzato perché non si è detto, incazzato perché si continua ad usare arroganza. La storia la scrive chi vince, ma chi perde non può anche essere mortificato.

Canto dell’agosto del 1861 tre anni prima dell’eccidio di Sand Creek. I bersaglieri dell’esercito italiano allestirono un mercato a Fragneto Monforte. Il comando generale fece una comunicazione al re: “ Ieri all’alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora.” Un prete acquistò un calice: era di un suo confratello arso vivo. Giustizia, giustizia, ma di quale giustizia si parla? La legge del taglione, la legge della vendetta. La vendetta per dei soldati uccisi da briganti.

Canto di Pontelandolfo la bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti come in quasi tutti i paesi del Molise, degli Abruzzi, della Ciociaria, del Matese, del Chietino, degli Ausoni.

Canto Il 14 agosto 1861 dove per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero un paese di 4500 inermi. Canto di Pontelandolfo nel beneventano, un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine.

“Al mattino del giorno 14 ricevemmo l’ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare… quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione… non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava”.

Canto una giornata agostana, una giornata risorgimentale. Canto la storia di Maria Ciaburri era a letto con il marito Giuseppe. Canto delle gesta degli eroi risorgimentali che hanno portato civiltà a suon di stupri e baionette. Canto di Maria: le saltarono addosso dinanzi al marito. Ma morirono contenti insieme nella buona e nella cattiva sorte, finchè morte non li separò … ammazzarono prima lui Giuseppe. Quando si stancarono, dopo averla violentata a turno, uccisero anche lei.

Canto di Concetta Biondi, una bella adolescente prima violentata e poi uccisa con una pallottola in fronte. Canto di sua madre Rosa pure lei violentata e stracciata come una vacca davanti agli occhi della figlia e poi uccisa.

Canto della più bella del paese. Tutti la volevano anche i bersaglieri dell’esercito italiano. Canto di Maria Izzo che fu legata ad un albero con le gambe alzate e aperte. Si divertirono i militari, il risorgimento doveva pur deliziare i loro regali augelli. La sventrarono in tanti, a turno, sperma su sperma, poi le affondarono una baionetta nella pancia: ‘a scumme ‘e l’uommene!

… Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale fu un generale di vent’anni figlio d’un temporale

ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek …

Canta de Andrè canta e si indigna.

Io mi indigno, mi incazzo e canto di un ordine “Che non resti pietra su pietra”. Mai ordine fu eseguito in modo così ossequioso!

Un garibaldino racconta “Vacillante, insanguinata, una fanciulla si trascinava da lui, fucilata nella spalla, perché aveva voluto salvare l’onore, e quando si vedeva sicura, cadeva per terra e vi rimaneva per sempre”.

Canto di dita tagliate per sfilare anelli, canto di un dictat: ognuno ne doveva ammazzare dieci.

Canto di un garibaldino che rimase sconvolto per sempre: ”qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono stati fucilati, giustamente, se volete, ma sono stati fucilati; gli orecchini sono strappati insieme alle carni dalle donne”.

Canto ed è già sera.

“Alle ore sei metà paese era già in fiamme, i bersaglieri continuarono la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Molti bersaglieri, avendo finito le munizioni in dotazione, per non tornare a rifornirsi al campo base situato fuori il paese, usavano la baionetta in canna al fucile e passavano all’arma bianca i poveri disgraziati di Pontelandolfo. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti”.

Canto di fucilazioni preti, uomini, donne, bambini bisognava fare l’Italia!

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte c’erano solo cani e fumo e tende capovolte tirai una freccia in cielo per farlo respirare tirai una freccia al vento per farlo sanguinare

la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek …

Canto di urla, grida, di un paese in fiamme. Canto di cinque donne in ginocchio innanzi ad un crocifisso, su un tavolo, in un angolo per paura di essere ancora seviziate. Il pavimento cedette, la casa in fiamme, finirono nel rogo.

Canto di un deputato del nuovo parlamento italiano, Giuseppe Ferrari, che parlò di tremila profughi. La maggior parte erano di Casalduni: il 15 agosto toccò loro la stessa sorte dei fratelli e sorelle di Pontelandolfo.

Canto perché nessuno ne parla, canto perché la Lega sappia, canto perché sono italiano.

I nostri guerrieri troppo lontani, sulla pista del bisonte, e quella musica distante, diventò sempre più forte, chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì, chiesi a mio nonno è solo un sogno, mio nonno disse sì,

a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek …

Canta Fabrizio, canta il 1864. Dodici anni dopo nel 1876 gli indiani pareggiarono il conto: raggiunsero il Settimo Cavalleggei al Little Big Horn e lo annientarono.

Canto ma non voglio vendetta, voglio stare in pace. Basta, tutte n’ata storia ci hanno raccontato. L’Italia l’hanno fatta ed io mi sento italiano. Ma voglio sta’ in pace mi voglio piangere in miei morti, quelli della mia terra, quelli che i miei figli non troveranno sui libri di storia. Son terrone e canto. Son terrone e piango. Son terrone e credo nell’Italia. Quella insanguinata, quella derubata, quella che mi bistratta, quella lombrosiana, quello dove c’è un ministro che con il tricolore si pulisce il culo, quella dove un deputato afferma Napoli colera. Canto e piango mio leghista del cazzo e provo compassione per quello che dici. Mi fai pena perché non sai, perché non vuoi sapere, perché c’hai la pancia piena e ti vuoi parare il culo dopo che da 150 anni io ed i miei avi te lo abbiamo dato. Canto e piango per la tua arroganza, per la tua ignominia.

Era il giorno della festa del patrono, e la gente se ne andava in processione … Pontelandolfo la campana suona per te, per tutta la tua gente, per i vivi e gli ammazzati, per le donne e per i soldati, per l’Italia e per il re …

Hanno cantato gli Stormy Six era il 1972, hanno cantato nel loro album dal titolo emblematico: Unità. Hanno cantato ma nessuno li ha ascoltati!

C’è vo ‘a ciorta pure cu è canzone!

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Freddo d’Agosto

Di lì a poco il caldo sarebbe diventato eccessivo. Del resto è ferragosto. È calda la sabbia ed è caldo il mare.

Fa caldo, ma che importa! È festa, la festa della Madonna Assunta.

Il mare è calmo: ‘na tavola di ponte. Nun c’è sta’ ‘na refola ‘e viento.

Don Peppe, al mare con la sua bandana a stelle e strisce, copre quei quattro capelli che gli sono rimasti.

Me parite ‘o Cavaliere, ma vuje site chiù giovane e chiù sicche!” gli dice il genero, mettendosi il cappellino.

Sulla spiaggia c’è aria di festa: i lettini e i canotti sono gonfi. Le ciambelle pure, i braccioli anche.

Gli ombrelloni son già in piedi, sugli attenti, tutti disordinati in un sistema armonico. Sembrano messi apposta così. Nessuno è uguale all’altro. A volte capita: compri il vestito nella miglior boutique della città, vai ad una cerimonia ed il tuo vestito esclusivo ce l’ha pure la figlia della cummarella. Al mare no, non capita mai: anche se compri l’ombrellone su una bancarella, nel negozio migliore, all’Ipercoop, dinta ‘a duchesca a piazza mercato, non lo troverai mai uguale – strano ma vero! – a quello del tuo vicino di spiaggia. Gialli, rossi, verdi, a spicchi, a strisce, a fiori, a fantasie, di stoffa, di plastica, di carta, con scritte, senza scritte, quelli che ti ha regalato il bibitaro con la scritta Coca-Cola o quelli resistentissimi di Gigino ‘o Gassusare. Tanti, tantissimi, eppure tutti diversi. Continue reading

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Estate 1989…un’estate fa!

di Tonino Scala

 Era il 1989 anno di formazione, anno di testosterone, anno di voglio cambiare il mondo: ammen! Avevo quindici anni e quindicimila cose nella testa. Il mondo andava per i fatti suoi, l’Inter vinceva lo scudetto. Era l’anno di Liberi liberi di un Vasco che riempiva la mia adolescenza, la mia esistenza. Erano trascorsi duecento anni dalla rivoluzione francese, il mio Pci alle europee aveva sfiorato il ventotto per cento, Khomeini condannava a morte lo scrittore Salman Rushdie, autore de “I versi satanici”. Cadeva il governo De Mita, nasceva l’ottavo se non erro governo Andreotti, il mondo non sapeva, ma aspettava la bolognina e la caduta del muro: per anni ho sognato di ricostruirlo quel muro! Estate che era iniziata il 17 maggio a Stoccarda con un tre a tre e una coppa da alzare nel cielo blu sopra Stoccarda. Estate calda, estate trascorsa sulle scale della parrocchia ad aspettare il nuovo giorno. Estate da intellettuali di periferia: hai visto a quella…e quante è! Estate di ci fosse stato un motivo per stare qui, estate su un Master Atala alla ricerca di te stesso e pure di qualche pullanchella. Chi ero, chi sono? Una ricerca che continua. Estate dei cornetti a mezzanotte, dei primi baci, delle prime pene d’amore. Si chiamava Giovanna, sì, ma anche Sabrina e… anche Emilia. Estate di Maradona ma torna non torna…tornerà! Intanto a Venezia I Pink Floyd, orfani di Roger Waters, suonavono a Piazza San Marco. Quel concerto lo vidi a Cava De’ Tirreni qualche mese prima, fu un regalo di Enrico, il comandante dei vigili urbani della città salernitana: chissà se in paradiso ascolta ancora la musica e se pensa ancora che la voce di un bravo attore debba uscire dal basso ventre: ja parla che palle Tonì! Estate calda, estate di materie da recuperare: latino e matematica. Estate di Sessa Aurunca, campi scuola ed escursioni a Terracina, Scauri e Gaeta. Sabbia gialla, color oro: era la prima volta che la vedevo! Estate dei pruriti e dei panini con salsiccia, patate fritte e maionese alle quattro di notte con mamma ad aspettare con la mazza in mano. Estate degli sguardi, estate che ti guardi? Estate di lavori saltuari in pizzeria, di lampade portate ai matrimoni, di animazione a go go. Estate africana in provincia di Caserta, Estate di Jerry Maslo: amen. Estate aspettando Maradona, estate che aspettava il venerdì nero di Wall Street io aspettavo un juke boxe, un gettone, una canzone e due occhioni color nocciola che mi imbamolarono un pomeriggio su una spiaggia assolata di Gaeta. Occhioni che in questo pomeriggio estivo, di un 2016 difficile per me e per il mondo, ritornano come inno alla vita, mentre mi moglie lavora al PC, mio figlio Giuseppe guarda un telefilm, Giovanni il mio primo genito soffre per un amore argentino, un tradimento estivo per una “Signora” e la piccola Sophie nella cuccia ti guarda assorta nella sua innocenza canina: C’è folla tutte le sere nei cinema di Bagnoli…

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La via en rouge

di EMILIO VITTOZZI

Il mio amico Antonio Costabile, garbato tifoso del Torino, conosciuto durante una presentazione di un libro di Enrico Ruggeri alla “Feltrinelli” di Napoli Piazza Garibaldi, sapendo che “fagocito” un libro ogni settimana (giorno più, giorno meno…), si offre di “prestarmi” qualche testo della sua personale biblioteca: oltre a quelli squisitamente sportivi, Antonio possiede libri di de Andrè, Guccini, Fossati, Ruggeri e altri…

Il primo che sottopone alla mia lettura è “La via en rouge” di Enrico Ruggeri, che si racconta a Massimo Cotto, già Direttore Artistico di Radiouno.

Senza adoperare parole roboanti, devo dire subito che il libro mi è piaciuto, ed anche molto, letto in meno di una settimana: le 202 pagine, raccolte in 14 capitoli, sono scivolate via con vero piacere…

In tutte il noto cantante, ora cinquantanovenne, parla a ruota libera dei suoi inizi da musicista, non tralasciando l’infanzia ed il periodo scolastico, con molteplici annotazioni e vari aneddoti.

Così il lettore viene a sapere dei suoi rapporti con artisti italiani e stranieri, delle sue prime “toppe”, dei suoi primi successi, di amarezze, ansie, sconfitte e vittorie.

Fondatore degli “Champagne Molotov”, poi “Decibel”, è autore di autentici successi come “Contessa”, “Il portiere di notte”, “Il mare d’inverno”, “Quelle che le donne non dicono”, incisi da lui o interpretati da altri artisti: molti suoi brani sono entrati nell’immaginario collettivo per la sensibilità e la delicatezza con cui tratta ogni argomento. Qualità che gli hanno permesso di essere cantante, musicista, autore musicale, conduttore televisivo, autore televisivo.

Il suo sito internet www.enricoruggeri.net è visitato dai suoi innumerevoli fans, al Nord e al Sud del nostro Paese.

Attualmente dice la sua anche su varie riviste settimanali con un buon seguito di lettori.

E’ ovvio che dagli inizi Enrico Ruggeri è maturato, nell’aspetto esteriore e nei contenuti artistici: non porta più i famosi occhiali da vista in montatura bianca visto che si è sottoposto ad un intervento chirurgico agli occhi, non ha più i capelli biondo platino ma è completamente rasato…

La pubblicazione di vari testi, con inerenti commenti, è cosa che rende il libro ancora più interessante, in quanto si può leggere il Ruggeri scrittore e il Ruggeri poeta…

Gli aneddoti sono simpatici ed arricchiscono la lettura, rispondendo alla curiosità del lettore.

Enrico Ruggeri ha anche firmato “La brutta estate”, “Non si può morire la notte di Natale”, “Che giorno sarà”, “Quante vite avrei voluto”, “Piccoli mostri”, “Per pudore”, “Racconti e poesie”, “La giostra”.-

ENRICO RUGGERI

“la via en rouge”

(la mia vita, le mie canzoni)

Sperling & Kupfer

2001 – € 13,43

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Kalimba de luna…Ritmo di vita!

di Tonino Scala

Clementino canta. Canta “Luna”, un ritmo moderno e reppato. Clementino canta rievocando una Kalimba de Luna d’annata. I miei figli ascoltano, a dire il vero l’ascolto anch’io. L’ascolto e ricordo la mia Kalimba de Luna…Tonino rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale, quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi…Tonino rimembri…e meno male!

A volte basta una canzone per far rivivere la mappa ritmica dell’infanzia. Suoni, percussioni, emozioni che ci hanno accompagnato per tanti giorni e che grazie ad una canzone ritornano. Kalimba de Luna cantava Tony Esposito e quel ritmo mi friccicava nella testa, nel corpo, nelle membra fresche e toste di un tempo che fu. Non conoscevo il significato di quelle parole, poco importava, mi perdevo in quel ritmo tribale, in strumenti africani che si contaminavano con i neomelidici che accompagnavano le strade del mio quartiere. Kalimba percussioni africane, quell’Africa napoletana che mi entrava e uscita sotto forma di ritmo che mi percuoteva l’animo e la vita. Ritmo di un pallone lanciato in aria, ritmo di una corsa in bici, ritmo di: sali è pronto! Ritmo di: non litigare con nessuno…lo dico a tuo padre. Ritmo di stasera andiamo a comprare un gelato, ritmo di una pannocchia cotta in acqua salata, ritmo di un cazzimbocchio, un gelato popolare: ghiaccio, neve tritata, un po’ di latte di mandorla o menta, menta e latte di mandorle insieme. Centolire il costo, Centolire per la felicità: ammen! Ritmo di un ritmo sfrenato dalle otto del mattino all’una; dalle cinque del pomeriggio, perché prima non si poteva (era una regola non scritta ma una regola), alle nove quando la luna a forma di scorza di limone prendeva il posto del sole che sapeva di pallone: il migliore amico di quegli anni passati in strada a giocare con spensieratezza. Ritmo di panzate, di tuffi a cufaniello e a cannolicchio. Ritmo di docce che non volevi fare, dopo qualche anno diventeranno il leitmotiv della mia vita. Chissà perché quando si è bambini si odia l’acqua, appena arrivano gli “stimoli” l’acqua diventa la tua migliore amica, quella che ti lasci scorrere addosso perché devi uscire, perché devi odorare: ecosìsia! Ritmo di ginocchia sbucciate, ritmo di cozze da pescare, da vendere ai cafoni, ritmo di cozze da mangiare, ritmo di sabbia infuocata e di scottature: a sfere ‘o sole la chiamavamo. Ritmo di pelle spellecchiata, ritmo di un ritmo che partiva da dentro, voglia di vivere, di affrontare la giornata, di vivere la vita. Vita di certezze: mamma e papà ti vogliono bene, nonna ti adora, zia che ti compra la bella cosa, gli amici che non ti lasceranno mai! Ritmo di due pietre che diventavano porte sognando il Bernabeu, ritmo di zia Ninuccia che si incazzava, prendeva il pallone e lo bucava con le forbici ripotandoti alla realtà. Ritmo di uno scugnizzo che veniva dall’Argentina che ti somigliava e che già ti piaceva, ritmo di un trenta giugno che ti resterà impresso così come le lacrime di tuo padre di quel 14 giugno che segnerà la tua vita. Ritmo di pianto, bandiere rosse, di Almirante e Pertini che in quel momento non capivi. Ritmo di lacrime di padre che mi fecero amare la politica e mi fecero capire da che parte stare. Ritmo dolce ed Enrico che ancora oggi è la colonna sonora dei mie giorni, dei miei sogni. Ritmo ritmato, ritmo che a distanza di 30 anni, ritma i tuoi giorni, ritmando la tua vita con i ricordi. Ritmo di un tempo che scorre, mentre Tony Esposito canta la sua kalimba de Luna insieme a Clementino. Ritmo che fa ritmare i tuoi anni 80, anni di ritmo, di ritmo sinuoso. Non è vero che i giorni non tornano, quel ritmo è sempre vivo e lo sarà per sempre. Quel ritmo è la dinamo della vita che, nonostante tutto, è una cosa meravigliosa… In the land of the sunshine, people know how to groove… Making emotions… believin’ in what they do…Kalimba De Luna… take me tonight, show me the way…to get right on time…Canta Tony, muovi con le tue corde e con la kalimba africana, quel ritmo di vita che ancora c’è. Basta rispolverato anche con una semplice canzone.

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