X una nuova sinistra -proposta documento congressuale Sel- Apriti SEL

Premessa. Sinistra Ecologia e Libertà nella fase congressuale sarà chiamata ad un passaggio decisivo per la storia sua e del paese: ricostruire la sinistra in Italia. Per fare ciò vi è la necessità di ritrovare lo slancio, riflettere su se stessa e sulla propria identità e  meditare su quanto di buono e di errato sinora è stato fatto. Non è più possibile procrastinare: ce lo chiede un paese dove circa un terzo dell’elettorato sistematicamente decide di astenersi perché non si sente rappresentato da alcuna forza politica, ce lo chiede un numero crescente di donne e di uomini che ogni giorno scivola sempre più sotto la soglia della povertà, ce lo chiedono cittadini stanchi di una transizione ormai ventennale mai consumata tra un passato che non passa ed un futuro che stenta a venire. Ce lo chiede un’Europa sempre più lontana dai sogni dei suoi padri nobili costituenti, tra i quali Rossi e Spinelli, e sempre più vicina ad un incubo finanziario dominato dalle banche. E ce lo chiede ancor più, richiamandoci alle nostre responsabilità, quella parte di mondo vittima della sistematica predazione delle sue ricchezze economiche ed umane a beneficio di un modello di crescita che guarda esclusivamente agli interessi di un terzo del mondo, escludendone gli altri due terzi o lasciando loro le briciole.

Uno sguardo al passato.  Un progetto sul futuro non può che nascere da un sereno sguardo sul passato, sulla nostra storia. La domanda che già si fece Carlo Rosselli nel 1926 ‘Perché fummo sconfitti?’ non deve rimanere senza risposta. Questa domanda deve partire dalla malinconica sconfitta di quella che fu la Sinistra Arcobaleno, un soggetto che era nato con lo scopo dichiarato di raccogliere le forze alla sinistra del Pd per aggregare una visione antagonistica rispetto alla vocazione maggioritaria centrista del partito veltroniano. Tutti ricordiamo come finì ma forse dobbiamo riconsiderarne i motivi.

Calcisticamente, una sconfitta per 1 o 2 a 0 legittima alcuni alibi: l’arbitraggio, la stanchezza per un precedente impegno, le assenze di elementi chiave ecc. Una sconfitta per 8 a 0 non ammette attenuanti di sorta. Tale fu la proporzione dello smacco patito da SA. All’epoca ci demmo alcune spiegazioni, in parte anche vere: 1) l’Italia ha avuto una tradizione dal 1948 al 1990 di marca chiaramente bipolare, in virtù della quale due partiti (DC e PCI) assommavano l’80% circa dell’elettorato. Le vecchie abitudini sono dure a morire e l’argomento del “voto utile” ebbe  una sua efficacia; 2) gli elettori  percepirono SA come un freddo matrimonio d’interesse tra parti politiche assemblatesi per non scomparire; 3) la percezione di una gestione deludente del governo Prodi tenne parte dell’elettorato lontano dalle urne.

Fatte queste opportune premesse, a sommesso avviso di chi scrive, la sconfitta della SA ebbe radici ben più profonde di questi eventi contingenti. RC, PdCI e Verdi nonostante l’importanza e la valenza dei temi sostenuti,  apparvero molto “periferici” rispetto alle priorità che gli elettori avevano in agenda. Fiscalità, sicurezza, legalità, federalismo, confronto con l’immigrazione, efficienza della Pubblica Amministrazione furono percepiti come temi marginali nel programma di SA. Seppure è vero che su questi temi il PDL aveva impostato la sua campagna elettorale, non è vero che non esistessero risposte “di sinistra” a quelle che erano sentite come priorità dagli elettori.  RC e PdCI sembrarono aver irreversibilmente imboccato la strada di una tradizione della sinistra italiana gloriosa ma minoritaria: quella che dal PSIUP discende sino al PDUP ed a DP. Una tradizione che, in sostanza, non ha mai pesato più delle percentuali conseguite da SA alla Camera ed al Senato. Una tradizione che talvolta è caduta nei manierismi e negli stereotipi di fronte ai problemi del vivere quotidiano delle persone comuni invece di dare risposte concrete.

Non crediamo che il punto d’arrivo della riflessione congressuale voglia essere un radicalismo scollato dalla società e dal territorio ma un partito ramificato che, mutatis mutandis, assomigli a quel che era il PCI sul territorio nazionale.  Serve costruire un soggetto che selezioni i “si” e i “no” da dire: un partito che non rincorra la piazza, ma la riempia e la guidi. Un partito con idee chiare su ciò che è “lotta” e ciò che è “governo”. Serve un partito con un’agenda che non sia chiusa a nulla:  esistono  risposte su temi cari alla destra, quali “sicurezza” e  “fisco” che sono di sinistra, esistono analisi e valutazioni che spaziano a 360° e si aprono alla società e non si conchiudono in formule stereotipate: pensiamo solo all’eredità intellettuale di Gramsci. ‘Un partito ha bisogno di un grado estremo di elasticità, di una grande libertà di atteggiamenti, anche se è necessario che mantenga una chiara e coerente linea di condotta nel tempo. Un partito legato ad un corpo rigido di dottrine finisce per appesantirsi, per muoversi con una lentezza esasperante, sì che, attaccato da una tribù di veloci predatori, risponde a destra, quando già l’attacco si è spostato a sinistra’. La frase che precede è scritta tra virgolette, non a caso. Sebbene  suoni attualissima è stata pubblicata nel novembre 1923 su Critica sociale, in uno scritto di Carlo Rosselli intitolato ‘La crisi intellettuale del Partito Socialista’.

Costruire un partito nuovo che legga la realtà italiana. Un successo elettorale può essere frutto di effimere contingenze, se una forza politica non ha ben chiari i motivi del suo stare insieme (l’identità), il disegno complessivo che ad essa è sotteso (la strategia) e le tappe mediante le quali ritiene di porre in essere questo disegno (la tattica).

Non c’è un solo punto del programma di SEL che debba essere messo in discussione o smentito. Non occorre costruire un nuovo programma, ma di dare al partito strumenti nuovi per interpretare la realtà del paese ed i suoi mutamenti, per ‘leggere’ ogni giorno l’Italia con lo scopo di aggregare un consenso più ampio sui temi nel DNA di Sinistra Ecologia e Libertà. Si tratta di introdurre nelle prassi quotidiane del partito un sano empirismo critico che possa consentire di verificare e validare il programma politico del partito e consentirne gli opportuni aggiustamenti. Una volta Bobbio ebbe occasione di dire che i teorici puri resterebbero stupiti di scoprire che molte teorie in realtà sono razionalizzazioni postume di prassi consolidate. Un cambiamento di punti di vista consentirebbe di evitare i rischi connessi ad un eccesso di teorizzazione separata dalla realtà del comune sentire degli elettori, eccessi nei quali il partito  dovrebbe ammettere di essere caduto in alcune occasioni.

 Più volte Nichi Vendola, con la franchezza e l’onestà umana, politica ed intellettuale che da sempre lo contraddistingue, ha affermato, con parole chiare ed univoche, che lui si è formato politicamente e culturalmente nel novecento ed è a quello strumentario intellettuale che fa riferimento nella sua narrazione politica. Uno strumentario che è anche quello di molti di noi e  che non sempre si rivela adeguato nella realtà del secolo nuovo che stiamo vivendo. Non possiamo non notare, in alcune nostre posizioni pubbliche, una esasperante meccanicità, di azione – reazione. Ovvero, ad una situazione data, sovente si risponde in uno ed un solo modo, senza contemplare altre possibilità che non siano in contrasto con i postulati della nostra appartenenza ideale. Un esempio eclatante: sappiamo che esiste una certa percentuale della popolazione, che chiameremo per semplicità razzisti, la quale reagisce sfavorevolmente all’ “estraneo”, sia esso proveniente dal comune limitrofo o da Venere. Con questa minoranza non c’è discussione possibile: ciò nondimeno, assimilare a questa minoranza chiunque denunci oggettivi problemi di convivenza e confronto con gli “estranei” è un autogol clamoroso che a volte ci è accaduto di segnare. Le parole d’ordine in questi casi sono sempre le stesse: tolleranza, assimilazione, diritti di cittadinanza eccetera. Sacrosante, non vi è dubbio.
Ma queste parole d’ordine trascurano l’altro aspetto dell’immigrazione, che è la lacerazione psico culturale che il migrante di prima generazione soffre a lasciare il suo paese, che i nostri bisnonni hanno eternato in celebri canzoni o nei loro scritti familiari. Trascurano un altro aspetto fondamentale, che è quello di arginare le future migrazioni, non per ottuso razzismo, ma per non svuotare di cultura, energie e vitalità i paesi del terzo mondo. Aprire le porte di casa senza preoccuparsi di una seria politica di reinsediamento degli immigrati o di contenimento della migrazione, attraverso progetti mirati che consentano la creazione di imprenditoria, di un tessuto socio economico produttivo nei paesi sempiternamente in via di sviluppo  è una prospettiva miope che non ci aiuta a risolvere i problemi dell’immigrazione e non serve a porre rimedio alle storture economiche, politiche ed ambientali che sono causa principale del fenomeno. L’accoglienza ai migranti deve includere reti di welfare e integrazione sociale, l’offerta di spazi dove vivere la propria fede ed incontrarsi. Ma va detto con chiarezza a chi entra nel nostro paese che, per noi, il paradigma di diritti di cittadinanza nati dalla rivoluzione francese e cresciuti con il socialismo è irrinunciabile e viene esteso a loro favore. Chi rivendica di gestire autoritariamente la vita delle  proprie famiglie con usi in contrasto con questo paradigma, si pone in contrasto con il paese che lo accolto. Società aperta e pluralismo non sono certamente in contrasto con i valori della nostra Costituzione e ne rappresentano la proiezione verso l’esterno, che va estesa ai nuovi arrivati nel nostro paese.

Un’altra reazione tipicizzata è quella che si innesca di fronte alle critiche al settore pubblico: chiaro che se la critica è all’esistenza della “mano pubblica” tout court non può esserci dialogo che tenga. Ma, laddove l’oggetto degli attacchi sia l’inefficienza di alcuni settori della burocrazia, l’inamovibilità dei titolari di impieghi dalle loro posizioni anche in presenza di gravissimi inadempimenti contrattuali o di gravi fattispecie penali,  allora  una seria lettura del fenomeno dovrebbe imporre un attacco ‘da sinistra’ a determinate situazioni. Richiamarsi agli inalienabili diritti dei lavoratori non ha molta presa sugli strati operai e, perché no, intellettuali, che magari sotto diversi i profili della profusione del lavoro manuale o di quello intellettuale vivono con pienezza il lavoro e la responsabilità ad esso connessa.  I dipendenti pubblici, oltre a meritare le tutele da accordare a tutti i lavoratori, dovrebbero rammentare un po’ più spesso di essere al servizio dei cittadini e non viceversa e regolarsi di conseguenza. In mancanza, una politica che sia realmente di sinistra  impone l’applicazione di misure per scardinare varie roccaforti di inerzia ancora esistenti e sempre più intollerabili nella situazione di crisi attuale, specialmente del lavoro privato e libero professionale. Per fare un esempio ancor più chiaro, riteniamo che si debba avviare un discorso sereno nella pubblica amministrazione sul tema della mobilità tra i vari comparti. Non c’è nessun motivo logico e costituzionalmente tutelato in base al quale chi nasce lavorativamente nel comparto degli enti locali non possa, ad esempio, passare a quello della giustizia, con tutte le garanzie in tema di retribuzione e di carriera. È falso il dato troppo spesso gabellato dai tatcheriani di casa nostra secondo cui in Italia ci sarebbero troppi pubblici dipendenti rispetto al resto d’Europa, semmai è vero il contrario, sia per quanto riguarda i numeri che i livelli retributivi. Ma con serenità dobbiamo dire che è inaccettabile avere alcuni comparti ipertrofici ed altri in carenza di personale, come spesso accade.

Un altro tema da sottoporre a verifica critica è quello del contrasto alla criminalità organizzata. Agire sul versante della prevenzione, sradicando la mala pianta delle mafie attraverso la creazione di un tessuto economico efficiente che inglobi i soggetti che costituiscono la manovalanza delle associazioni criminali è sacrosanto. Ma, a questo imprescindibile momento, andrebbe aggiunta una valorizzazione della repressione dei comportamenti criminali e criminogeni. Quando parliamo di manovalanza criminale non dobbiamo avere sotto gli occhi solo ceti sottoproletarizzati, privi di ogni opportunità di sopravvivenza che non sia la mafia, in fervida attesa di  redenzione da parte dello stato. Dobbiamo anche immaginare un vasto strato di popolazione portatore di una sottocultura anti statalista, imperniata di familismo amorale e logiche di clan. A queste persone va spiegato, attraverso l’apparato repressivo, che il nostro clan (lo stato) è più forte del loro e contro di esso non vi è nulla da fare, ancorché non si proponga di annientarli ma di integrarli.

Ancora, va ripensato l’approccio con cui si guarda al problema della fiscalità, senza intemerate su una presunta evasione di necessità. Occorre riconoscere che se in Italia esiste una pressione fiscale insostenibile sui lavoratori è colpa dell’evasione e dell’elusione praticata dai più ricchi, ma anche di tanta spesa improduttiva dello stato e degli enti locali, dei privilegi di casta che vanno aboliti iniziando ciascuno a guardare nella propria casa. Va respinto l’odioso paradigma del ‘non mettere le mani in tasca agli italiani’ ma va aperto un serio confronto tra livello della pressione tributaria e qualità dei servizi erogati dal nostro welfare

Né ci si deve limitare a parlare di ‘beni comuni’, un tema sempre più identitario a sinistra,  dimenticando che in Italia, specie in alcune zone di essa, il concetto di bene comune deve andare di pari passo con quello di repressione di chi di questi beni abusa e li vuole “privatizzare” a suo uso e consumo. Senza misure anche drastiche di incivilimento l’idea di ‘bene comune’ è morta prima di nascere, sottoposta com’è all’attacco di predatori e speculatori grandi e piccoli.

Checché ne abbiano detto Berlusconi ed i suoi, il problema italiano non è il comunismo  ma il luogocomunismo: il rifugiarsi in luoghi comuni confortanti, meccaniche ripetizioni di parole d’ordine che impediscono di “leggere” la realtà e con ciò mutarla. Il luogocomunismo garantisce la sopravvivenza politica, una presenza anche rilevante in certe situazioni storiche e/o  in certi territori, ma non permette mai di crescere, di uscire dai recinti, di farsi proposta nazionale di governo di sinistra.

Se la storia politica ci ha insegnato qualcosa è che si può vincere in due modi: o innovando un patrimonio culturale e politico, offrendo un corredo culturale ed ideologico in grado di dare risposte attuabili ai problemi dei cittadini o facendo delle ammucchiate senza capo né coda per battere “gli altri”.

Questa di certo è la strada più facile perché non richiede ripensamenti, mal di pancia interni, rotture, non implica rischi di corsa verso l’ignoto. Su un punto serve essere molto chiari ad evitare equivoci: per vincere non occorre farsi uguali agli altri, per carità. Ma per perdere radicamento sociale è sufficiente lasciare che alcuni temi scottanti facciano parte dell’agenda degli avversari e non della propria e non elaborare sugli stessi alcuna soluzione alternativa a quella proposta dall’antagonista.

Nel costruire il rinnovamento ideale della sinistra sui temi centrali della nostra identità non dobbiamo perdere di vista chi siamo e chi vogliamo essere e non dobbiamo dimenticare una celeberrima frase di Giovanni XXIII, pronunciata durante il Concilio Vaticano II: “Cos’è la tradizione? È il progresso che è stato fatto ieri, come il progresso che noi dobbiamo fare oggi costituirà la tradizione di domani’.

Alla ricerca di soggettività vecchie e nuove. Esiste ormai da trent’anni un’esigenza di ottenere ‘qualcosa’ per la propria vita, esigenza che spesso la politica non interpreta (o addirittura nega), che porta gruppi di cittadini a unirsi intorno a dei problemi, trasversalmente anche a delle ideologie politiche ed a lottare e manifestare duramente per essi.

Dalle grandi proteste di Seattle del 1999 contro la globalizzazione, passando per la mattanza della Diaz a Genova nel 2001, fino alle oceaniche riunioni degli “indignados” di Zuccotti Park a NY o di quelli spagnoli contro lo strapotere della finanza sul mondo reale, si può notare come ideologicamente queste persone combattano battaglie “di sinistra”, completamente ignorate (e spesso condannate) dalla politica e da quei partiti che invece dovrebbero interpretare e, subito dopo, far diventare battaglia politica quelle istanze.

Per capire quel mondo bisogna frequentarlo, evitando di ” mettere il cappello” sulle loro battaglie e cercando di dare voce e struttura politica ai problemi su cui quelle persone, spesso comuni, sono competenti. Si pensi ad una battaglia che vede in prima linea i cittadini campani, quella sui rifiuti. Alcuni mesi or sono il prof Ortolani ha relazionato sulla situazione delle discariche in Campania e in Lazio, invitato da esponenti di comitati da anni impegnati sul fronte difficilissimo del contrasto all’apertura di nuove discariche o, ancor peggio, dei famigerati ”termovalorizzatori”.

Inutile dire che era stridente il contrasto tra il dato scientifico di conoscenza geologica del terreno, della sua natura e della sua fragilità e la totale arroganza della Regione Campania e del suo piano regionale di rifiuti. L’Ente, pur essendo a conoscenza di quei dati, semplicemente preferisce ignorarli, riversando gli errori conclamati di quel piano sui cittadini per i prossimi decenni. Una storia già vista, che però rende urgente una riflessione.

Le battaglie dell’ambientalismo italiano, dei movimenti spontanei contro discariche, ecomostri, fabbriche inquinanti, opere inutili e impattanti drammaticamente sul territorio, che risultato hanno avuto negli ultimi 10 anni? Cominciamo con le discariche, solo in Campania se ne contano 22, tra vecchie e nuove dalle ormai datate Macchia Soprana, Serre, Cava Vitiello a Ercolano, Pianura, per arrivare alle ultime Chiaiano, S. Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino, Ferrandelle, Cava Sari a Terzigno e in ultimo  il cimitero degli 8 milioni di ecoballe a Giugliano (che nessuno sa che fine faranno dato che non sono inceneribili nè trattabili, ne si sa cosa ci sia davvero dentro).

Poi ci sono quelle abusive, di fatto mappate solo in parte. Emergenza discariche che si allarga drammaticamente anche al  Lazio con Malagrotta, mentre a Riano, vicino Rieti, la regione Lazio è pronta ad aprirne una discarica uguale a quella di Chiaiano.

Si potrebbe parlare di quello che sta avvenendo in Val Susa con la Tav, un progetto ottimisticamente da 10 miliardi di euro totalmente inutile dato che le merci che l’alta velocità dovrebbe trasportare arrivano per nave e poi viaggiano verso est attraverso l’Austria, seguendo un percorso economicamente più vantaggioso.

Oppure si potrebbe allargare il discorso al disastro che ad ogni autunno ci assale appena piove un po’, sotto forma di frane,  alluvioni, smottamenti di interi paesi, il dissesto idrogeologico.

Gli esempi potrebbero essere ampliati e vanno tutti chiaramente nella direzione  non di episodi isolati ma tutti concatenati da un unica logica di ”sviluppo”.

Su tutti questi temi i movimenti italiani hanno combattuto battaglie enormi e pluriennali ma le domande che si impongono sono: Dove hanno vinto? Cosa sono riusciti a evitare? Hanno modificato in qualche modo fino ad oggi la politica italiana sui temi dell’ambiente, della visione  socio economica ad esso collegata, sull’istruzione o sulla gestione dei beni culturali o sulla fiscalità?

La risposta amaramente pare essere un NO.

Ma allora si potrebbe pensare che sia tutto inutile: inutile affannarsi, resistere, portare dati autorevoli, testimonianze culturali, studi scientifici, chiedere democrazia, spazio nei mass media. Bisognerebbe forse arrendersi? Non possiamo trasmettere questo messaggio di pessimismo e scoramento: occorre partire da un bilancio delle battaglie combattute per indicare la strada per un salto di qualità.

Le battaglie che sin qui sono state condivise ed oggetto dell’attenzione di SEL devono divenire parte  integrante della linea politica e, subito dopo, consenso.

Per farlo ci sarà bisogno di una crescita da parte di tutti, di un pragmatismo necessario a stringersi su tutto ciò che unisce trascurando ciò che divide, costruendo insieme un percorso comune che parta da una nuova visione dell’economia per arrivare fino all’ambiente passando per i trasporti, il lavoro, l’istruzione.

Occorrerà riflettere su una vera nuova visione condivisa di sviluppo di questo paese, alternativa a quella che oggi i partiti sappiano pensare e proporre.

Si deve smontare il paradigma che sovrappone all’immagine dell’attivista, quella del signor NO, del ”rompiballe”, del luddista contrario al progresso, ovviamente Nimby (non nel mio giardinetto). Una visione che è stata spesso artatamente costruita dai media sugli attivisti e che li rende inaffidabili e non credibili, quando le loro ragioni  devono misurarsi con la politica e subito dopo con la ricerca di un consenso di massa. La massa spesso si caratterizza per una conoscenza  superficiale o, al più, veicolata dai media generalisti, dei problemi che per un attivista sono scontati.

È qui che un partito come Sel deve intervenire.

Diventando alleato e megafono indipendente di quelle istanze, facendole divenire politica, riconoscibile non solo dagli attivisti ma dalla maggioranza degli elettori di sinistra che ormai o non votano più o votano M5S, in quanto nell’offerta politica italiana non trovano risposte alle loro domande di un mondo migliore. E parliamo di molte centinaia di migliaia di voti. Per far questo occorrerà dotarsi di strumenti critici che permettano al partito di non rincorrere ogni battaglia ma di farsi promotore di questa, una capillare presenza sui territori in grado di ‘leggere’ tempestivamente le istanze dei cittadini, una visione complessiva che integri ed amalgami queste visioni alternative allo status quo,   una comunicazione politica capace di trasmettere agli elettori una linea politica coerente con i bisogni che dei cittadini. Solo dal rinnovamento generale del ‘corredo’ culturale del partito e da un ripensamento dell’organizzazione sul territorio SEL potrà ritrovare la funzione storica che le dovrebbe competere, ovvero quella di interfaccia tra la società civile e le istituzioni, che attui un continuo e  proficuo scambio tra queste due realtà.

Economia globale, economia locale, politica e società. Di cosa parliamo quando parliamo di economia di mercato? Quali sono i compiti ed i limiti di una tale struttura? Fermiamo un concetto fondamentale: il mercato è il luogo (fisico o immateriale) nel quale vengono prodotti o scambiati beni e servizi. Produzione e scambio: ecco i compiti fondamentali del mercato. Ciò chiarito, sarà molto semplice comprendere ciò che il mercato non fa: a) non attende alla redistribuzione della ricchezza prodotta (sia essa sotto forma di beni o di servizi); b) non pone limiti al consumo delle materie prime e delle risorse umane necessarie per la produzione e lo scambio.

In relazione al punto a) crediamo si possa concordare pacificamente. Salvo che agli entusiastici albori dell’economia capitalistica, oggi nessuno può realisticamente parlare di una capacità redistributiva del mercato, sia essa limitata ad una comunità o globale. Il mercato produce e scambia, ma non è in grado di ridistribuire alcunché.

Molto più attuale è il problema b): la percezione di vivere in un mondo finito, le cui risorse non sono illimitatamente sfruttabili per un numero n di individui, è entrata piuttosto di recente nella coscienza collettiva. Gli esperti non sono ancora concordi sui tempi (trenta, cinquanta o cent’anni) ma ci avvertono, un giorni si e l’altro pure, dicendoci: attenzione questo mondo finirà per esaurimento delle risorse.

Poste queste semplici premesse, non possiamo dimenticare che parlare di economia di mercato significa proiettare il discorso in una dimensione globale. Ciò è vero per quanto riguarda la finanza, ma è sempre più vero (e lo è ogni giorni di più ) anche per le merci di uso quotidiano,  la cui provenienza geografica remota è continua fonte di stupore.

In una dimensione puramente nazionale, la redistribuzione del reddito avviene su una duplice base: una volontaria, che potremmo banalmente chiamare beneficenza, l’altra coattiva, in forza della imposizione statuale, il cui fine precipuo sovente non è neppure la redistribuzione, ma che comunque ottiene – anche in misura limitata – un effetto in tal senso.

In un contesto globale squilibrato, nel quale 1/3 dell’umanità sostanzialmente consuma molto più dei rimanenti 2/3, non esiste un’entità sovranazionale preposta alla redistribuzione della ricchezza. I singoli stati si comportano in questo caso come i privati: fanno cioè beneficenza, sotto forma di prestiti, aiuti, progetti ecc..

Non esiste una redistribuzione obbligatoria ed istituzionalizzata da parte degli stati sovrani, né una fiscalità a tanto preposta. Anzi la c. d. Tobin tax (che, come è noto, è una tassa di scopo sulle transazioni finanziarie volta a finanziare progetti per il terzo mondo) è oggetto di più dinieghi che consensi da parte dei governi mondiali. A tale forma di prelievo andrebbe data la massima priorità, estendendola su scala globale, per evitare un effetto di ‘fuga’ dei capitali.

Nel mondo in cui viviamo, tra soggetti tutti superiorem non recognoscentes quali sono (in teoria) gli stati sovrani, politiche di redistribuzione concordata possono avere solo una fonte pattizia.

Ma un patto, per la sua natura negoziale e non coercitiva, non obbliga tutti necessariamente ad aderirvi. Vieppiù! Laddove non contenga efficaci sanzioni per la sua inosservanza, è un patto a metà, inefficace nella sua fase applicativa. Inoltre anche laddove tali sanzioni siano contenute nel testo dell’accordo, la loro applicazione può essere frenata dalle resistenze dei singoli stati chiamati a darvi concreta esecuzione.

Analogo è il discorso che può essere compiuto per la protezione dell’ambiente e la limitazione dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Sotto gli occhi di tutti è la vicenda del protocollo di Kyoto, nel quale si sono evidenziati i limiti di cui sopra degli accordi internazionali. Ma innumerevoli sono gli esempi di problemi di salvaguardia ambientale che si è cercato di regolamentare in ambito internazionale, dettando norme che tutelino ambienti o specie minacciate di estinzione, salvo poi constatare con amarezza che proprio i paesi maggiormente responsabili di questo o quello scempio sono coloro che si sottraggono agli accordi, ovvero vi aderiscono a condizione che gli stessi siano riscritti sino a svuotarli di senso.

L’esigenza che, pertanto, si impone è quella di un terzo, un governo sovra nazionale che detti pochi ma incisivi obblighi ai governi nazionali nelle materie sopra citate. Purtroppo anche oggi dobbiamo prendere atto dell’assenza di questo soggetto, analogamente a quanto constato in un ambito diverso (il problema della pace nell’era della guerra fredda) da Bobbio, il quale parlò di “terzo assente”.

L’ONU certamente, allo stato, non è in grado di svolgere tale compito. Non lo è per un problema di volontà politica dei suoi componenti, i quali sono senz’altro mal disposti a quelle cessioni di sovranità che dovrebbero dotare le Nazioni unite di strumenti atti a garantire il rispetto coattivo di norme coercitive.

Non lo è anche per limiti oggettivi di sensibilità e percezione politica: se il paese X continua, nonostante i moniti e le sanzioni, a distruggere il proprio ecosistema ed a compromettere quello planetario, chi assumerebbe la responsabilità di sanzionare o, alla peggio, rimuovere un governo nazionale?

Non lo è per carenza di strumenti, che dovrebbero spaziare dalla persuasione alla coazione e sono difficili da individuare; non lo è, ancora, per la presenza di una realtà “imperiale” quale quella costituita dagli USA, unica  realtà di sovranità ultra nazionale emersa dalla fine della guerra fredda, nonostante alcuni segnali incoraggianti che provengono dalla presidenza Obama.

Ma se un “superstato” un arbitro, un “terzo assente” sono così indispensabili tanto da sembrare gli unici strumenti atti ad incidere efficacemente su alcune realtà globali, dobbiamo stracciarci le vesti per esserci arenati nelle secche della statualità globale oppure un’altra soluzione è possibile?

Si e no è la risposta, allo stato, possibile: realizzare un’entità sovrastatale è reso complicato dai problemi assai sommariamente sopra evidenziati. Ma, a fianco dello stato, sin dai suoi albori, esiste sempre un’altra entità, in conflitto più o meno scoperto con esso: la società.

Stato/società è una diade di termini in conflitto, in cui l’uno serve a definire in negativo l’altro (ossia lo stato, nell’ambito del diritto pubblico, è tutto quello che non è la società e viceversa). La filosofia politica, successivamente all’affermazione del concetto di stato – nazione, è colma di considerazioni e, talvolta, di drammatizzazioni, sul conflitto stato/società.

Orbene: se un “super stato”, sebbene teoricamente desiderabile non è praticamente attuabile (almeno adesso) è possibile una società globale con scopi comuni, che siano principalmente quelli di ridistribuire le ricchezze del pianeta e preservarne le risorse?

Se per società si intende la totalità della società, ovviamente la risposta è no. Se invece si ha l’obiettivo più modesto ma realistico di aggregare un numero vasto di soggetti sensibilizzati o sensibilizzabili su chiare linee guida, al fine di costruire nuovi stili di vita, orientare le varie espressioni di consenso verso partiti, movimenti ed associazioni sensibili alle tematiche ambientali, finanziare collettivamente micro e macro progetti per i paesi in via di sviluppo, insomma costruire una massa consapevole che abbia impatto sulle scelte del sistema politico ed economico, allora una società globale è possibile. E lo è tanto più in quanto si dispone di strumenti di comunicazione diffusi a livello di massa (internet ed i suoi corollari) che sino a quindici anni fa erano inimmaginabili quantomeno nella loro diffusione pervasiva.

Se poi il radicamento di determinati concetti investe diffusamente strati di opinione pubblica che, nei rispettivi ambiti (dal quartiere alla nazione) sono dotati di opinion leadership, allora si avrà quel c. d. “effetto a cascata” di cui parlava Kornhauser su altre classi sociali, magari meno avvertite su tali problemi. Si tratta di un progetto ambizioso e non meno irto di difficoltà della costruzione di una realtà sovrastatale, ma che offre il vantaggio di potersi valere di una indeterminata pluralità di mezzi.

I nemici, tuttavia, sono tanti: i meccanismi di omologazione della società di massa, le rassicuranti bugie delle corporation, la disinformazione imperante o, meglio, la capacità dei media di polarizzare l’attenzione su alcune tematiche, distogliendo da altri, dettando insomma l’agenda. Poi vi sono le esemplificazioni da combattere: la peggiore delle quali è  la dizione comunemente accettata per designare quel  movimento di idee chiamato impropriamente “no global”. Lo scriviamo tutto in maiuscole, affinché il concetto sia chiaro e non sfugga: PROBLEMI GLOBALI RICHIEDONO SOLUZIONI GLOBALI, ed i problemi con i quali ci scontriamo sono globali. Combattere l’orrenda globalizzazione imposta dalle grandi imprese, svelare il marcio che i lustrini dei vari brand coprono, rivelare l’origine e la natura criminale di moltissimi business apparentemente impeccabili, esaltare le specificità locali quali mezzi per la conservazione delle risorse naturali, rivendicare diritti per tutti gli abitanti della Terra e non solo per alcuni, sono solo alcuni aspetti di una globalizzazione che potremmo definire solidale, antagonista, alternativa o come meglio ci piace. Compito storico di SEL è la costruzione, partendo dai territori, di questa società globale, che si ponga gli obiettivi di cambiamento appena esposti. Una società globale che lotti per allargare geograficamente il perimetro dei diritti sociali e civili all’interno del ‘villaggio globale’, una società che si saldi con la politica laddove ciò sia possibile e che in ogni caso tenga fermo il punto che – pur nelle rispettive specificità – la lotta è unica da Pomigliano d’Arco a Varsavia a Saigon, passando per il Sud America e l’Africa. Perché la delocalizzazione selvaggia si combatte anche accrescendo la consapevolezza delle lavoratrici e dei lavoratori di tutto il mondo di essere soggetti di diritti e non servi della produzione e delle multinazionali. Perché lo spiazzamento della manodopera occidentale a favore di quella dei paesi in via di sviluppo è spesso pagata da quest’ultima con salari da fame, orari disumani e l’assenza di ogni misura di sicurezza, circostanze queste che determinano il basso costo del lavoro a detrimento dei nostri operai e di quelli delle città occidentali.

Non sappiamo se le logiche di mercato quali noi conosciamo siano reversibili o se ormai abbiano vinto. Ma possiamo e dobbiamo tentare. Non abbiamo che da perdere le nostre catene e quelle di chi, meno fortunato di noi, ogni giorno muore per produrre materie prime e beni di consumo per la parte più ricca del globo. Perché nascere “altrove” non sia più un peso pari al peccato originale che non si è commesso.

Se poi stringiamo il nostro sguardo sull’Italia cogliamo in  tutta la loro drammaticità i vari aspetti della crisi. C’è una crisi vissuta e percepita al nord, ove le attività private chiudono con una rapidità ed una frequenza mai viste prima, oppure scelgono la strada della delocalizzazione. In ogni caso il risultato finale è sempre la perdita di migliaia di posti di lavoro ad ogni livello. Poi c’è una crisi del sud Italia, dove aumenta sempre più il livello delle famiglie sotto la soglia di povertà, dove i giovani laureati cercano la strada della migrazione, sia interna che internazionale, ove non registrano flessioni fenomeni quali la richiesta di sussidi di invalidità quale ammortizzatore sociale o le truffe assicurative, anch’esse un atipico ammortizzatore sociale sovente gestito dalla criminalità organizzata. C’è un fattore di crisi comune e diffusa dal Trentino alla Sicilia, indotta dai vincoli del patto di stabilità, che penalizza anche gli enti locali virtuosi, colpendo di riflesso le imprese private e le legittime aspirazioni di lavoro dei giovani nell’amministrazione.

Da anni in tutta Italia seri studi e statistiche empiriche ci avvertono che l’ascensore sociale è bloccato, che le possibilità di mobilità sociale verso l’alto sono sempre più solo nominali. Se ci chiedessimo chi sono i ragazzi che nelle piazze occidentali vengono definiti “indignati”, la risposta potrebbe essere che  molti di essi  appartengono alla “generazione T”. T come tradita o turlupinata o truffata. fate voi. Sono quelli che stanno economicamente peggio dei loro genitori, malgrado una scolarizzazione più elevata, quelli che trovano ovunque porte chiuse, nel settore pubblico ed in quello privato, quelli ai quali era stato detto di studiare per costruirsi un luminoso avvenire che tarda ad apparire, semmai apparirà.

Le ragioni affondano nel passato e sono il frutto di decisioni politiche e culturali che hanno scaricato sui figli o sui nipoti scelte politiche strutturali.  Chi ci ha governato, specialmente in anni nevralgici come i ’70 e gli ’80, ha dilapidato per scopi predatori finanziamenti europei e nazionali, che avrebbero potuto far crescere un sano tessuto economico imprenditoriale. Per contro si è scelto di gonfiare a dismisura il settore pubblico, creando posti di lavoro inutili  e precludendo alle future generazioni ogni possibile ingresso in questo settore.

Tutto ciò per non parlare della dissennata gestione (chiamiamola così) di tutto ciò che è pubblico: sugli “sprechi” (o sulle ruberie) di una certa classe politica sono stati scritti libri, ma potrebbero scriversi enciclopedie o biblioteche.

Questa generazione è qui, in cerca di spazio. Si parlava anni fa di “inventarsi” il lavoro: ma che vuoi inventare con la globalizzazione e con laureati di altri continenti in grado di svolgere il loro stesso lavoro ad un decimo delle loro legittime pretese? Cosa si può inventare con una crisi che sta spazzando grandi e piccole realtà imprenditoriali? Dove ci si può rifugiare se in tutti i settori sono bloccati i concorsi? Come intraprendere una libera professione quando pochi grandi professionisti legati a triplo filo con padrini politici si dividono gli incarichi più appetibili?

In compenso i soldi per salvare le banche ed i succulenti benefit dei manager che le hanno portate sull’orlo del baratro si trovano, mentre cresce la frustrazione di una generazione.

Una generazione che non si sente compresa e rappresentata da nessun gruppo, tanto a destra quanto a sinistra. Capire questa generazione e suggerire delle vie di uscita è un compito imprescindibile per la sinistra. Rafforzare il rapporto con le fabbriche e gli operai deve continuare a restare una priorità di SEL ma occorre schivare la critica tradizionalmente mossa alle socialdemocrazie di essere rappresentative solo dei lavoratori ‘garantiti’: nell’ottica della rielaborazione culturale della sinistra qui auspicata va ripensato il rapporto con  le partite IVA, i giovani professionisti (spesso veri e propri proletari con borsa di pelle), il mondo del precariato, i lavoratori/volontari del terzo settore.

Quale modello di crescita sino ad ora abbiamo avuto in Italia? Lo strumento cardine della crescita per noi italiani era la svalutazione della moneta. Da quando la moneta è unica per l’Europa hanno deciso di svalutare il lavoro, i valori sociali, i beni comuni: incredibile ma vero, hanno continuato con la svalutazione, non hanno tentato di cambiare l’impostazione, la cultura del lavoro e dell’impresa. Un sintomo di questa svalutazione del fattore umano lo si è vissuto e lo si vive nel dibattito sul lavoro, le cui maggiori punte polemiche contro i lavoratori sono state toccate durante i governi Berlusconi e Monti. Questi governi da subito si sono posti un obiettivo: rendere più “flessibile” il mercato del lavoro con la riforma dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori. Questi governi ci hanno raccontato che il fine di una riforma che allenti i vincoli alla possibilità degli imprenditori di licenziare genererebbe un circolo virtuoso di investimenti e di assunzioni. Il modello – ohibò – sarebbe quello scandinavo, nel quale se un’impresa deve chiudere lo fa e stop: il contraltare per il lavoratore non è l’ammortizzatore sociale (cassa integrazione, mobilità o che) ma una buona facilità di ricollocamento al lavoro.

Su questi temi le risposte sentite a sinistra non sempre sono state sufficienti. Le reazioni oscillano tra la voglia di “sfatare tabù” (ma quali?), mantenere lo status quo o timidi aggiustamenti. Probabilmente, ferma restando la coerenza con i nostri valori, va modificata l’impostazione di fondo della riflessione. In un paese bloccato come l’Italia restare arroccati sullo status quo non è mai premiante. Aprire un confronto su quanto siamo lontani dalla Scandinavia e su cosa venga prima della riforma del mercato del lavoro potrebbe essere più salutare. Nel nostro paese sembrano prioritarie varie riforme.  In Italia c’è un’amministrazione pubblica che è arrivata a chiedere il canone Rai sui pc in rete nei luoghi di lavoro (salvo poi fare marcia indietro), che impone un numero di adempimenti non sempre necessario ed appropriato ed ha un tasso di corruzione percepito o documentato pari a quella di alcuni paesi in via di sviluppo. C’è una presenza pervasiva della criminalità organizzata estesa in molti territori. C’è un sistema giudiziario nel quale i creditori possono solo affidarsi alle preghiere se debbono recuperare un credito, specie nei confronti della pubblica  amministrazione. C’è un sistema di formazione e ricerca che riesce a perdere pezzi con una facilità impressionante con ricadute enormi sulla nostra competitività. C’è un debito pubblico ed un sistema di proprietà immobiliare che drena liquidità e banche che finanziano solo chi non ha bisogno. C’è una pressione fiscale questa si scandinava, ma un welfare allo sfascio. Ci sono stipendi scandalosamente bassi. Tutti questi incontestabili dati di fatto vengono prima della riforma del mercato del lavoro. La riprova? Il fallimento delle forme contrattuali introdotte con la legge Biagi che avrebbero dovuto “traghettare” verso la stabilità i lavoratori a termine ed hanno invece generato il circolo della precarietà. Su tutti questi temi dobbiamo ancor più di quanto sia stato fatto mettere in campo energie e pensieri, chiedere un impegno prioritario per creare le pre condizioni degli investimenti e della crescita economica. Solo all’esito di una revisione sistemica sarebbe ipotizzabile mettere in discussione il modello di rapporto di lavoro, giammai prima. Se il modello dovrebbe  essere quello scandinavo, come sembra, dobbiamo chiedere oggi tutta la Scandinavia, compresa quella che riconosce il reddito di cittadinanza ed ha un welfare tra i più universali, non solo quella che danneggia i lavoratori senza apportare alcun vantaggio.

Compito storico e prioritario della sinistra in Italia in questa fase è quello di ripensare il modello di produzione e di sviluppo e di confrontarsi con gli elettori su questa speranza di cambiamento, un cambio che incida concretamente sulle loro vite quotidiane. Siamo diventati spettatori passivi di decisioni assunte al di fuori delle sedi democratiche: tra di noi si sono introdotte abitudini che hanno distrutto, trasformato il nostro essere, anche il nostro essere sinistra, in un liberismo ottuso e sfrenato. Le persone sono piccole ed il mercato è grande, il mercato è ovunque e comunque a condizionare le nostre abitudini di vita. Lo Stato non è argine di questo sentire a difesa dei cittadini, anzi crede nel mercato fino ad obbedire e combattere, come accade in alcuni paesi dell’est Europa,  come l’Ungheria, ovvero nella vecchia Europa, sta accadendo in Grecia e potrebbe accadere prestissimo in Italia. Lo Stato ha smesso di accogliere, indirizzare, mediare: è globale e dunque deve competere, è indebitato e dunque deve tagliare. Tutto questo va messo in discussione.

Anzitutto rimeditando il modello produttivo e di crescita. Viviamo in un paese, e non è retorica il dirlo, pervaso di bellezza, di storia e di cultura. Cosa c’è di sbagliato nel modello di gestione dei nostri  beni culturali se un solo museo – seppur grande ed importante come il Louvre – da solo incassa più dell’intero sistema museale italiano? Perché quel fantastico unicum che è Pompei  si sbriciola come croccante di giorno in giorno sotto gli occhi attoniti del mondo intero? Evidentemente esistono notevoli margini ulteriori di fruizione delle risorse culturali italiane che possono apportare ricchezza al paese. L’Italia perde posizioni costantemente nelle classifiche del turismo internazionale ed anche questa tendenza al declino va arrestata: negli anni ’70 eravamo il primo paese al mondo per flussi turistici mentre ora siamo scivolati al quinto posto. Un percorso di crescita basato sull’accoglienza, sulla cultura, sul paesaggio ed i beni culturali va costruito iniziando dalla scuola, alla quale va affidato il compito di formare cittadini consapevoli e rispettosi del contesto unico in cui vivono, oltre ad indicare sbocchi professionali. Inevitabilmente collegato al rilancio delle nostre bellezze vi è quello del settore agro alimentare. Gli italiani nel mondo sono conosciuti per il contesto unico in cui vivono ma anche per la qualità del cibo, la moda, i modi di vivere. Eppure nel mondo due tra le più rinomate realtà italiane, la pizza ed il caffè, sono ‘famose’ attraverso due brand globali americani: Pizza Hut e Starbucks. Occorre rilanciare le specificità produttive dei territori, valorizzandole attraverso strategie di marketing mirate ai mercati esteri. Eppure proprio in questo settore si registra da anni una preoccupante tendenza alla vendita di grandi protagonisti di questo mercato a società estere. Stiamo assistendo impotenti alla svendita di veri e propri gioielli di famiglia a marchi esteri multinazionali il cui precipuo interesse non è certamente la valorizzazione della qualità italiana.

Ovviamente il ripensamento del modello di crescita non può che passare attraverso la difesa ed il rilancio delle nostre produzioni industriali. All’ipotesi di svalutazione del fattore umano, della svendita dei diritti dei lavoratori intendiamo contrapporre prodotti di qualità basati su innovazione estetica e ricerca. Ma non dobbiamo sottrarci al confronto su quanto vi è di distorsivo nel lavoro privato a causa dell’eccessivo carico fiscale sui lavoratori dipendenti, dei troppi adempimenti fiscali e regolamentari non sempre giustificabili, di un sistema giustizia che non premia i buoni pagatori, dei gravissimi ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione che spesso portano le imprese sane al dissesto economico, dei dissennati vincoli del patto di stabilità. Soprattutto occorre gridare nuovamente con forza il nostro no al marchionnismo, a quel sistema di relazioni industriali autoritario e vessatorio, fintamente competitivo ed innovativo sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori. Da questa visione che minaccia di imporsi nell’industria italiana non dobbiamo mai più farci chiudere nell’angolo. Non possiamo limitarci ad accettare un terreno di scontro basato sui soli principi, per quanto siano una cosa bella e sacrosanta.  Di fronte alle migliaia e migliaia di storie individuali, di mutui o affitti da pagare, di figlie e figli da mantenere agli studi non si può dire al Sig. Fiat di turno “vedo il tuo ricatto, vattene pure all’estero, tanto troverò un altro lavoro”.

Occorre rovesciare il tavolo, scegliere la ‘mossa del cavallo’, come ci ha opportunamente ricordato quel grande maestro della sinistra e del sindacato che è stato Vittorio Foa, uscire dallo schema della sinistra dei no tanto caro a chi vuol schiacciare i diritti sociali. E questo lo si fa solo  contro proponendo  una partecipazione dei lavoratori ai profitti  generati da nuovi modello organizzativi concordati. Una partecipazione non limitata al banale premio di produzione una tantum, ma ad un piano di incentivi tarato su specifici obiettivi . I diritti non si monetizzano, dirà qualcuno. E siamo totalmente d’accordo: infatti il contro altare di queste proposte dovrebbe essere l’eliminazione dei vincoli richiesti dalla Fiat di turno nel caso di raggiungimento degli obiettivi e l’imposizione di nuove forme di controllo operaio sulla produzione. Sfidare l’avversario a testare il funzionamento di un modello proposto dai sindacati in contrapposizione alla proposta liberticida di natura gerarchica autoritaria e padronale.

Non è solo sotto questo profilo che in Italia il lavoro va ripensato: a distanza di molti anni dal lancio della proposta, ci sembra che sia ora di dibattere seriamente sulle idee lanciate nel 1995 da Jeremy Rifkin nel suo saggio ‘La fine del lavoro’. La riduzione dell’orario di lavoro, la redistribuzione dello stesso tra più soggetti, il rilancio del terzo settore, in particolare dei servizi alla comunità, per colmare le differenze di reddito aperte dalla riduzione dell’orario di lavoro, la tassazione a fini redistributivi degli incrementi di produttività dovute alle tecnologie che ‘spiazzano’ i lavoratori sono temi di attualità stringentissima. Così come attualissima appare, in un paese con un dissesto idro geologico di proporzioni allarmanti e con edifici pubblici vetusti e dissestati, l’idea roosveltiana di un ‘esercito del lavoro’, già lanciata negli anni ’50 da Ernesto Rossi. Un esercito che realizzi il piano di mettere in sicurezza l’Italia con un programma di lavori mirato e teso a scongiurare le catastrofiche emergenze ambientali e strutturali degli edifici ad uso pubblico cui la cronaca ci ha reso, purtroppo, avvezzi. Riparlare senza tabù di una spesa pubblica non finalizzata a mega progetti, ma ad interventi di risanamento e manutenzione mirati sul territorio che compiuti oggi scongiurerebbero le catastrofi ambientali di domani.

È chiaro che spunti ed esempi sul tema del nuovo modello produttivo potrebbero continuare: ma è proprio il carattere di ‘opera aperta’ di questo nostro contributo che impone di mettere sul tavolo alcuni esempi e continuare assieme a progettare e realizzare un’economia al servizi di donne ed uomini e non viceversa.

E quindi uscimmo a riveder le stelle. Superare il berlusconismo. È innegabile che l’interminabile transizione dal sistema dei partiti della prima repubblica a questo assetto incerto e precario che usiamo chiamare impropriamente ‘seconda repubblica’ sia stato dominato dalla figura di Silvio Berlusconi. Su questa figura è stato scritto tutto da commentatori di ogni orientamento e sarebbe troppo lungo ripercorrerne la figura, seppure solo in chiave analitica e deprecatoria. Non c’è dubbio che l’ascesa e la permanenza di Berlusconi al potere affondino in parte in caratteri culturali storici permanenti dell’Italia e degli italiani. Senza voler affatto comparare due fenomeni storici differenti come il fascismo ed il berlusconismo, sconcerta non poco leggere la celebre frase di Pietro Gobetti “Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione” e capire che, se al termine ‘fascismo’ sostituissimo la parola ‘berlusconismo’, la frase sarebbe ancora lì, colma di pregnante ed attuale significato. Berlusconi ha ribaltato  il paradigma secondo il quale il leader politico – almeno nell’immagine – deve rappresentare il meglio del paese. Lui si è proposto agli italiani come colui che legittima i comportamenti meno commendevoli degli italiani: tradire la moglie alla luce del sole, coltivare un harem mediatico – politico, circondarsi di ossequiosi cortigiani, rivendicare il diritto di evadere o eludere le tasse, esprimere senza infingimenti l’insofferenza per le regole, i lacci ed i lacciuoli fino all’invenzione a volte mediaticamente vincente del povero perseguitato dalle malvagie toghe rosse. Da anni ci poniamo una domanda inquietante: “Perché le persone votano Berlusconi?”. La risposta potrebbe essere data da una storiella americana. Un uomo incontra un suo amico e gli confessa di essere stato messo sul lastrico da un tavolo di dadi nel saloon. L’altro gli dice: “Ma che diamine, lo sai che lì si gioca con dadi truccati”. E quello risponde “Si, ma in fondo è l’unico gioco in città”. Questo semplice aneddoto forse la dice più lunga di ponderose analisi e manuali di sociologia. Decenni di assenza di una classe politica e di un programma “di sinistra” che fosse aderente alle esigenze quotidiane delle persone, un totale spregio per la questione morale mascherato sotto una pretesa ‘diversità’, il distacco dai territori e da un modello organizzativo basato su questi portano alla sconfitta. L’elettorato tradizionale si disaffeziona e si rifugia nell’astensione e quello fluttuante sceglie “l’unico gioco in città”.

Dopo ogni sconfitta (o non vittoria) si ascoltano sempre gli stessi stantii discorsi sulla scelta del  leader. Ma dovremmo  ricordare  che il candidato presidente è solo il tetto della casa comune. Se mancano idee, programmi, uomini, tattica e strategia (ossia fondamenta, mura, impianti, rifiniture ecc.) perché ci ostiniamo a parlare solo del tetto?

Agli italiani forse non importa sapere chi sarà il candidato presidente del consiglio. Importa sapere di fronte ai problemi del lavoro, della scuola, della sanità, del fisco, dei privilegi della classe politica, dell’immigrazione, della sicurezza ecc. quale sarà la posizione della lista o della coalizione di sinistra. Poi finalmente, costruita la casa, potremo coprirla e parlare del leader.

Nel percorso di uscita dal berlusconismo è fondamentale abbandonare alcune categorie politiche che non ci portano da nessuna parte, in quanto prive di reali contenuti, semplici foglie di fico per coprire il vuoto propositivo. Un semplicissimo, vecchio ed efficace trucco per sminuire (almeno in Italia) l’avversario è quello di bollarlo come “anti”. Dire di Tizio che è “anti” vuol significare che questi non ha idee proprie, ma vive solo di rimbalzo su quelle altrui che, appunto, aprioristicamente respinge e contesta.

Nella nostra scena politica contemporanea da quasi 20 anni furoreggia l’antiberlusconismo, con la variante estremista di fascistica memoria di “antiitalianismo”. È assolutamente vero che a volte, in assenza di altre idee o profili identitari, ci si è buttati (per dirla con  Totò) su un antiberlusconismo privo di contenuti positivi e propositivi. Adesso sembra il momento di far chiarezza  su un concetto abusato e stra abusato, di cui francamente non se ne può più. SEL non deve essere  contro la concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa in quanto antiberlusconiana: lo deve essere in quanto parte di un sistema democratico – liberale ossia (in positivo) come seguace di una scuola di pensiero che vede di malocchio le concentrazioni di potere economico, ove esse siano, e avverte mal di pancia ed altri sintomi di fronte ai mono o oligopoli.

SEL non deve essere avversaria di chi nelle sue mani unisce in sommo grado potere politico (come Presidente del Consiglio, partner di Grande coalizione o capo dell’opposizione, a seconda di dove il pendolo del voto oscilli), potere economico (in quanto tra i più ricchi d’Italia) e potere ideologico – mediatico perché antiberlusconiana. Lo deve essere in quanto democratica, visto che uno dei postulati della teoria demoliberale è quello della separazione dei poteri, siano essi costituzionalmente individuati (potere legislativo, esecutivo e giudiziario) ovvero discendano dall’analisi funzionale della democrazia (intesa come poliarchia, nel senso che Dahl dà a questo termine).

Sel non deve  provare disgusto per la frattura tra vizi privati (prostitute, festini, minorenni, amanti fatte consiglieri regionali o parlamentari) e pubbliche virtù (leggi scritte a quattro mani con la segreteria di stato del vaticano, ossequio formale alla Chiesa ed alle sue gerarchie, difesa a spada tratta della famiglia naturale e dell’indissolubilità del matrimonio ecc.) in quanto antiberlusconiana: lo deve essere in quanto sostenitrice di un’etica che faccia della conformità delle proprie condotte alle credenze o ad un’idea laica di etica, lo deve essere in quanto  portatrice nei suoi militanti di un idem sentire che  rifugge dall’ipocrisia di morali doppie, triple o quadruple.

SEL non deve essere contro i respingimenti degli immigrati, i tagli al sostegno ai paesi del terzo mondo ed alle ONLUS quivi operanti, la deregolazione selvaggia nell’economia all’interno del paese, la precarizzazione della mano d’opera, la mano tesa agli evasori fiscali, ai riciclatori di denaro, l’esenzione dalla tassa di successione per i super ricconi che lasciano ai figli rendite parassitarie e mano morte di immobili enormi in quanto antiberlusconiana. Lo deve essere in quanto erede di una tradizione di sinistra che sostiene una certa idea di giustizia nei rapporti economici interni ed internazionali. Tutto qui, anche se con gli esempi si potrebbe continuare.

Ma il percorso d’uscita dal berlusconismo, il cambiamento di volto del paese è intrinsecamente connesso al prossimo punto del presente scritto, centrale in questa nostra riflessione, relativo all’organizzazione del partito sul territorio ed a livello nazionale. Perché Silvio Berlusconi, è bene non dimenticarlo, è un signore quasi ottuagenario e quindi fa meno paura. Ma quel che deve continuare a spaventarci è il monito brechtiano che chiude l’Arturo Ui: “Il grembo che ha generato questo mostro è ancora fecondo”. Solo così potremo davvero uscir fuori a riveder le stelle senza precipitare in un ‘passato che non passa’.

Il cielo stellato sopra di noi, la questione morale dentro di noi. Costruire un nuovo partito per costruire una nuova Italia. Nei precedenti passaggi di queste riflessioni pre congressuali abbiamo delineato un nuovo approccio ai temi programmatici cari al patrimonio culturale di Sinistra Ecologia e Libertà, un patrimonio che non va né dilapidato, né ‘rottamato’ o ‘formattato’, per usare alcuni dei neologismi cari ai teorici del facile novitismo, ma vissuto in maniera più aderente alle sfide della politica che siamo chiamati ad affrontare.

A tal proposito, per meglio definitivamente chiarire il nostro pensiero, viene in mente la celebre metafora nautica di Neurath, che rappresenta molto meglio delle nostre parole lo sforzo che stiamo chiedendo a noi stessi ed al partito: “Siamo come dei marinai che debbano ricostruire la loro nave in mare aperto. Essi possono usare il legname della vecchia struttura per modificare lo scheletro e il fasciame dell’imbarcazione, ma non possono riportarla in bacino per ricostruirsela da capo. Durante il lavoro essi si sostengono sulla vecchia struttura e lottano contro violenti fortunali ed onde tempestose. Questo il nostro destino”. Questo il destino delle migliaia di compagne e compagni che  hanno creduto e  credono in quel sogno di libertà, giustizia ed eguaglianza scritto nella nostra Costituzione che, prendendo a prestito il titolo di un bel libro di Doris Lessing, vorremmo chiamare ‘Il sogno più dolce’. Abbiamo una struttura che ci è cara, un legno forte e vigoroso con cui affrontare fortunali ed onde tempestose che stanno colpendo l’Italia da ormai troppi anni. Sotto i nostri occhi ogni giorno vi il dato dell’esistenza di due Italie separate e non comunicanti: l’Italia delle caste e delle cricche e quella che si guadagna onestamente la vita. Lontane l’una dall’altra anni luce nel modo di vivere, di pensare, nei modelli di morale e di estetica. Come sia possibile la loro convivenza senza una dura resa dei conti resta un mistero. Forse l’istinto di sopravvivenza, lo stare comunque sulla stessa barca, nello stesso mare infido, per ricordare una considerazione di Giorgio Bocca. SEL vuole rappresentare la seconda, ma una nobile aspirazione non basta: servono fatti dentro e fuori dal partito.

Dobbiamo affermare con chiarezza che, nella nostra visione, il partito dovrebbe essere la  prefigurazione dell’Italia che vogliamo. Chiunque entri in un circolo di SEL o acceda al nostro sito dovrebbe comprendere dalle nostre idee, dal nostro stile, dalle facce delle donne e degli uomini quali siano i nostri propositi per il paese. Ma per far questo occorre dar vita ad un processo di profondo ripensamento dell’organizzazione e della vita interna del partito, subito, ora o mai più. Registriamo con dispiacere che il divario dei gruppi dirigenti dalla base è enorme. Questo è un partito tutto gruppo dirigente e ciò non lo aiuta nella sua crescita. Viene in mente la storica e nobile, ancorché minoritaria, esperienza del Partito d’Azione del secondo dopoguerra, che veniva ironicamente chiamato un partito di ‘generali senza esercito’. Oggi più che mai serve un congresso vero, che non sia solo una proiezione esterna dove è difficile dividerci, ma un congresso tutto interno sulla forma partito.

Che questa operazione sia indispensabile è testimoniato, tra le varie prove, dal distacco che si è registrato nelle ultime primarie tra il risultato personale di Nichi Vendola, un incoraggiante 15,6%, e quello del partito alle elezioni politiche (3,20% alla Camera e 2,97% al Senato). Questo significa che una leadership nazionale credibile e conosciuta, in grado di attrarre un significativo consenso, non ha avuto a disposizione gruppi dirigenti radicati sul territorio e questi, a loro volta, militanti, che si facessero portavoce di una linea politica che attraesse gli elettori e spingesse il risultato del partito se non ad eguagliare quello di Nichi, almeno ad essere pari ad 1/3  o 1/4 del suo consenso personale.

Se servisse un’altra prova per convincere gli scettici della necessità di un’operazione di rinnovamento e ripensamento della forma partito e dei processi di selezione della classe dirigente, potremmo addurre il risultato del MoVimento 5 Stelle. La domanda vera da porsi non è il motivo (o i motivi) di un risultato così eclatante ma il perché SEL non sia riuscita ad intercettare una parte significativa del consenso andato a Grillo. Le ragioni per cui tanti italiani hanno premiato col loro voto il M5S sono palesi. Tanti che hanno votato Movimento 5 Stelle lo hanno fatto per dare un colpo ad un sistema di partiti inetto e/o distratto verso i problemi delle persone, preoccupato di conservare solo i suoi privilegi.  Tale scelta è stata in gran parte necessitata dalla sinistra, che non ha saputo (o voluto) darsi un programma che fosse in maniera chiara ed univoca contro i privilegi dei partiti e non smontasse intollerabili inefficienze di tutto ciò che è pubblico, liberando risorse per l’economia reale che oggi finiscono negli sprechi. Il vero merito di Grillo nelle scorse elezioni è stato quello di far capire che non esistono attori politici insostituibili. Quindi occorre rinnovarsi altrimenti il rischio di scomparire è concreto. Sarebbe una pessima idea ritenere scampato il pericolo per le fibrillazioni del M5S e il deludente risultato delle amministrative  ed accantonare i temi della moralizzazione e trasparenza dei partiti e della politica e della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Indubbiamente (e fortunatamente) non possiamo impedire ad altri di competere nella nostra stessa area politica o su temi a noi cari quali rinnovamento e questione morale. Ma certo ne possiamo (e dobbiamo) rendere poco appetibile l’offerta, con programmi chiari e fattibili ed un personale politico onesto e capace

Per assolvere a questo compito serve un partito radicato sul territorio, sui luoghi di lavoro e di aggregazione. Nessuno intende sottovalutare l’importanza del web per la comunicazione e la circolazione delle idee, il contatto con gli umori, le critiche e le problematiche dei cittadini, ma restiamo convinti che i luoghi della politica siano e restino fisici: sezioni, strade, piazze, incontri faccia a faccia con i cittadini. Quando non ci sono le sezioni ma il web, le posizioni che non piacciono ai leader possono venire comodamente attribuite ai troll e scartate a priori. E’ questa la democrazia che vogliamo? Una democrazia diretta? Magari dall’alto?

Riteniamo che i meccanismi della democrazia rappresentativa all’interno del partito e nell’organizzazione dello stato non siano affatto né superati né residuo di stanche liturgie del secolo scorso. Tuttavia ne va garantita la corretta applicazione, dalla base sino al vertice, con gli opportuni aggiustamenti e contrappesi. Rendere nei territori quanto più ampia possibile la partecipazione degli iscritti alle decisioni cruciali per la vita del circolo, aprire le sezioni come luoghi di dibattito, confronto, informazione e formazione ai non iscritti, dar vita a gruppi tematici aperti anche ai non aderenti relativi alle problematiche territoriali e del lavoro, incrementare le forme di comunicazione, dibattito e circolazione delle idee sul web sono tutte misure essenziali per la vita del partito. La piena attuazione dei principi statutari di democrazia e pluralismo non deve essere solo un buon proposito come quelli natalizi, ma la  stella polare della nostra azione politica.

Ma democrazia e pluralismo si misurano nei fatti, non con enunciati privi di sostanza. Abbiamo inserito le primarie quale forma di democrazia diretta e partecipata nello statuto nazionale. Ma con le primarie abbiamo scritto una brutta pagina, dimostrando quanto a volte la pratica possa discostarsi dalla teoria. Anzitutto con la decisione dell’Assemblea Nazionale di riservare 23 posti a persone cooptate dai vertici. Fatto ancor più grave, tale operazione è stata condotta senza una preventiva indicazione di quelle che sarebbero state le circoscrizioni in cui queste ‘teste di lista’ sarebbero state allocate, rimandando la decisione dopo la celebrazione delle primarie. Tale scelta chiaramente ha svuotato il senso della partecipazione delle cittadine e dei cittadini ad una gara che si presentava già ad ostacoli per chi si poneva in competizione. Durante le primarie, poi, in Toscana, Lazio, Campania e Sicilia si sono registrati specifici e diffusi episodi di violazione delle regole ed anomalie nel processo di voto che, se non volessimo rinfocolare polemiche sul passato, potremmo serenamente definire brogli. Se questi gravi episodi sono serviti a tutelare qualcuno, hanno di certo contribuito ad allontanare sui territori potenziali elettori.

In Italia c’è un solo individuo da cui tutto viene accettato ed al quale tutto viene perdonato e si chiama Berlusconi. Lui ha a disposizione una corazzata mediatica e da circa 30 anni lavora per cambiarci la testa con i suoi programmi. Noi non abbiamo nulla di tutto questo, se vogliamo sperare di vincere dobbiamo essere propositivi, sinceri ed impeccabili, al di sopra di ogni sospetto come la moglie di Cesare. Diversamente il nostro potenziale elettorato continuerà a non seguirci, rifugiandosi nell’astensione. Laddove non sia sufficientemente chiaro,  riteniamo opportuno affermare in maniera chiara ed univoca che non crediamo in una crescita costruita rosicchiando qualcosa al Pd ed all’elettorato che nelle scorse elezioni si è riconosciuto in Rivoluzione civile, spostando insomma voti già espressi. I nostri voti potenziali sono nella marea crescente di astensionisti, di persone che si dicono disgustate dalle prassi dei partiti e non trovano chi le rappresenti, sono soprattutto nel partito del non voto. La lezione di Obama quando vinse per la prima volta, non fu quella di inventare slogan accattivanti (che, pedestremente scopiazzati, non hanno portato a nulla, come Veltroni ben potrebbe documentare). Obama vinse perché portò per la prima volta al voto o riportò al voto un numero cospicuo e strategico di elettori che gli diedero la Casa Bianca. Dopo ogni elezione, vediamo tutti i commentatori intenti ad analizzare i voti espressi, quasi nessuno ad interrogarsi sulle ragioni dell’astensione. La scomparsa degli indecisi dal dibattito politico significa che i partiti hanno smesso di cercare di convincerli, sperando si trasformino in astenuti che non disturbano il macchinista. Noi invece desideriamo parlare agli indecisi ed agli astenuti perché vogliamo che i macchinisti siano disturbati, anzi lascino i comandi ad altri macchinisti, perché la direzione che hanno impresso al paese, all’Europa ed al mondo non ci piace. Purtroppo però ci troviamo di fronte ad un dato spiacevole: la realtà è che la politica ha perso da anni ogni capacità progettuale a lungo termine, ogni connotato messianico. Nessuno più pensa di poter cambiare il mondo votando questo o quello. In momenti come questi viene in mente  la frase di J. C. Beckwith, il generale inglese che dopo Waterloo scelse di vivere in Piemonte a fianco del popolo valdese, guidandolo verso l’evangelizzazione dell’Italia unita: “O sarete missionari o non sarete nulla”.

Sia chiaro pertanto che la strategia deve essere quella di ri-convincere gli astenuti a tornare alle urne. Una buona notizia: ciò è possibile. La cattiva notizia: dobbiamo chiedere a chi dirige e rappresenta nelle istituzioni il partito  di rinunciare a piccoli e grandi privilegi che li omologano al resto degli uomini politici. Diamo una sensazione immediata di essere “diversi”, iniziando dalla tasca, che è vicina al cuore degli italiani. Se questa notizia può essere di conforto a qualcuno, non è vero che in Italia è scomparso l’odio di classe. Ha solo cambiato bersaglio e si concentra sui politici, identificati (non sempre a torto) come causa delle inefficienze e dei costi elevati del nostro apparato pubblico. I politici a tutti i livelli o si spogliano dei sembianti dei loro privilegi e mettono mano ad una seria riforma del sistema pubblico o sono destinati a farci tenere Grillo a lungo sulla scena politica.

Chiariti i limiti dell’esperienza sinora vissuta, diciamo con chiarezza e senza alcun complesso di inferiorità che Sinistra Ecologia e Libertà  può essere una risorsa ed un’occasione per il paese. Siamo la sola nazione che non ha un partito chiaramente inserito in una delle più grandi e variegate famiglie politiche mondiali: quella socialista. Abbiamo l’opportunità e il dovere di costruire una sinistra che guardi all’Europa e oltre: dentro questo ampio sguardo c’è, come giusto che sia, anche l’Italia. Dobbiamo immaginarci, in questa visione, non come un partito destinato ad essere cespuglio, alleato minoritario o partner di un fratello maggiore ma partito a vocazione maggioritaria che aspira ad unire e rinnovare la sinistra. Non possiamo nasconderci dietro un dito ed evitare di evocare il rapporto con il Pd, che è stato vissuto in chiave di alleanza e di programma comune nella scorsa campagna elettorale. Le ragioni della scelta che poi hanno visto SEL rifiutare di partecipare  al c. d. Governo delle larghe intese sono state diffusamente ed egregiamente spiegate in tutte le sedi da Nichi Vendola: le abbiamo fatte e le facciamo nostre e su di esse reputiamo inutile tornare. In questo momento comunque ci appare difficile la possibilità di recupero di un rapporto con il Partito Democratico, ancor più dopo le scelte di fondo che questi ha compiuto durante le elezioni del Presidente della Repubblica su candidature quali quelle di Rodotà e Prodi. Ci sembra più proficuo pensare a costruire una sinistra ampia, anche senza l’apporto a lungo termine del Pd. Questo partito appare in una crisi non solo politica, rimediabile con aggiustamenti di rotta, ma anche morale, specialmente in alcune realtà locali. Il problema politico del Pd in questo momento non è neppure l’alleanza con Berlusconi, ma l’assenza di prospettive. Con il governo Monti e la segreteria  Bersani c’era, a torto o ragione, la prospettiva di aver fatto un sacrificio per il bene dell’Italia, che sarebbe stato ripagato dal consenso dei cittadini per un’ipotesi socialdemocratica di stampo europeo. Fallito questo programma per le responsabilità della dirigenza, il futuro del partito oscilla tra lo spacchettamento delle due anime (ex popolari ed ex DS) e la vocazione maggioritaria, che di fatto significa pura omologazione centrista. Perciò dal punto di vista delle alleanze, il Pd non può che costituire un riferimento tattico e non in tutto il territorio italiano indifferenziatamente, ma secondo le singole realtà locali. Se in un comune, una provincia o una regione c’è un Pd con il quale avviare un discorso di intenti comuni va benissimo, si facciano le alleanze. Sennò è meglio correre da soli, senza se e senza ma. Alla luce delle scelte politiche che hanno dato vita alle fibrillazioni interne, alle dimissioni di Bersani ed governo Letta con il Pd ci si allea contingentemente, in una prospettiva aperta di collaborazione – competizione. Ciò fermo restando che l’avvio di un processo di ripensamento e costruzione di una proposta nazionale di sinistra di governo che parta da SEL potrebbe servire da stimolo anche a quelle forze che all’interno del Pd hanno prospettato esiti diversi dalla collaborazione con il Pdl ed hanno messo sul tavolo una seria proposta di rinnovamento della classe dirigente, senza trascurare il tentativo di inserire il partito nel solco di un discorso socialista e di sinistra europeo. Adesso dovrebbe essere a tutti ben chiaro, dopo molte dure repliche della storia, che quando in una campagna elettorale l’argomento più forte di uno dei concorrenti è “non possiamo lasciare (il paese, la regione, la provincia, la città ecc.) in mano a…” allora quella parte politica è messa proprio male. Gli elettori sono giustamente stanchi del ‘meno peggio’ ed aspirano legittimamente al meglio. Questo non significa rifuggire dalle nostre responsabilità, arroccarsi in uno ‘splendido isolamento’, anche perché crediamo che difficilmente l’isolamento sia splendido, ma sia spesso sinonimo di mancanza di coraggio. La buona politica si trova in un posto ben preciso: è là dove si incontrano etica dei principi ed etica della responsabilità e noi dobbiamo essere lì, secondo le circostanze da soli (ma accompagnati sempre dalla società civile e dai movimenti) o con il Partito democratico. Qualcuno potrebbe giudicare questa prospettiva come rischiosa e velleitaria: abbiamo già chiarito che senza l’assunzione di rischi, calcolata e consapevole, SEL corre il rischio di scomparire. Qualcun altro potrebbe ritenerla come troppo futuribile ed ipotetica: a questi ultimi rispondiamo con Gramsci che l’unico modo di prevedere il futuro è riunire le forze e lavorare assieme” perché  “prevedere non significa sapere quello che avverrà, ma fare in modo che avvenga, vuol dire progettare il futuro”.

Come avevamo anticipato nel precedente paragrafo, c’è un nesso non immediatamente perpiscuo ma concreto tra uscita dal berlusconismo, cambiamento di volto del paese ed organizzazione del partito sul territorio ed a livello nazionale. Ed è il seguente. Noi riteniamo possibile costruire  una sinistra a vocazione maggioritaria, a partire dai territori, dai comuni grandi e piccoli. Occorre iniziare a garantire, da parte di chi amministra, il massimo della qualità dei servizi possibile compatibile con le risorse disponibili e non pensare a tutelare interessi costituiti. Di fronte alla rivoluzione di una buona amministrazione ed a servizi efficienti i cittadini non baderebbero neppure ai colori politici. Perché nonostante spesso, in maniera autolesionistica, si facciano analisi in tal senso, non c’è un’inferiorità antropologica di chi vota a destra. Spesso c’è solo una sinistra incapace di attrarre delusi ed astenuti e di incarnare la voglia di cambiamento di chi prova sfiducia verso la politica, oltre che di rappresentare determinate istanze, a prima vista estranee al patrimonio storico della sinistra ma non sempre indegne. Con mille persone capaci e competenti che gestiscano onestamente assessorati, municipalizzate, ASL ecc. potremmo costruire da oggi una sinistra di governo a vocazione maggioritaria. Poiché fa parte anche della nostra storia, non possiamo dimenticare la frase lucida e preveggente di quel grande meridionalista che fu Guido Dorso: “Esistono cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea? Oppure la nostra dolce terra perderà un’occasione unica più che rara, e continuerà il suo duro martirio al seguito della tradizionale miserabile classe politica meridionale, dopo che questa si sarà salvata da un naufragio per l’assoluta impotenza della nostra terra ad esprimere nuove energie politiche?”.

Quello che nella prospettiva del filosofo irpino era un ragionamento applicabile al meridione, noi lo vediamo valido su tutto il territorio nazionale, a maggior ragione per un partito che si pone aspirazioni di rinnovamento ambiziose. Certo non bastano cento uomini d’acciaio: ne servono molti di più ed ancor più servono donne d’acciaio, in grado di imprimere una svolta solidale ed efficiente a tutto ciò che ricade nella sfera pubblica. Sappiamo che nel ragionamento politico è paradossalmente, semplice e consolatorio rifugiarsi nelle alte sfere dei massimi sistemi. Semplice perché ci esime dal formulare soluzioni di dettaglio a problemi acutamente avvertiti ma numerosi ed incalzanti; consolatorio perché ci distoglie dalla quotidianità che spesso, non ce lo nascondiamo, è grigia. In questa tentazione quante volte siamo caduti anche noi e forse lo stiamo facendo persino adesso. Ma nel nostro DNA, per fortuna, c’è l’avvertimento di Gramsci, che continua ancora ad ammonirci che “c’è la grande politica: quella che comprende le questioni connesse con la fondazione di nuovi Stati, con la lotta per la distruzione, la difesa di determinate strutture economico-sociali. E c’è la piccola politica: la politica non creativa, ma di equilibrio, la politica del giorno per giorno. Non si può praticare solo la grande politica: anche i rivoluzionari devono sapere fare viaggiare i treni”. Ed anche una sinistra che aspiri ad una vocazione maggioritaria deve far funzionare la cosa pubblica ed i beni comuni. Una capacità che non è frutto di infusioni di spirito santo laico o cristiano, bensì nasce dall’apertura e dall’allargamento della realtà del partito a partire dai territori  al mondo del lavoro, della scuola a quello delle professioni, della cultura, dell’accademia, dei movimenti, dell’associazionismo e del terzo settore. Un’apertura a quante più realtà possibili, in un processo bi univoco di reciproco scambio crescita ed arricchimento Il problema vero dell’Italia oggi è la mancanza diffusa di una degna classe dirigente, tanto a destra quanto a sinistra.  Ora è lecito domandarsi, visto che il problema è condiviso, come mai questo abbia maggiori ripercussioni sulla sinistra.

Ci permettiamo di esprimere anche su questo punto la nostra opinione: il paradigma della destra è quello di lasciar fare al libero gioco delle forze sociali e politiche. In parole povere: “Vi lasciamo fare i fatti vostri, purché ci lasciate fare i nostri”. La sinistra invece non si sottrae alla smania regolatrice, alla voglia di incivilire il popolo bue. Il problema è che alla prova dei fatti propone dirigenti altrettanto inaccettabili di quelli della destra, con in più la pretesa di regolare (male) la vita delle persone. L’unico modo per rompere questo circolo vizioso è accettare il merito come valore di sinistra e formare una classe dirigente capace ed onesta. Quando Enrico Berlinguer nel suo ormai storico discorso sulla questione morale, sosteneva che questa era il centro del problema italiano, attaccava frontalmente i partiti rei di occupare lo stato ed i centri di potere, accusava i dirigenti di compiere scelte gestionali prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui dovevano la carica, pensava forse alla privatizzazione integrale del settore pubblico? Evidentemente no: pensava ad una gestione affidata a dirigenti onesti, capaci, meritevoli, in grado di assolvere all’interesse pubblico e non a quello dei loro referenti politici. In altre parole pensava al merito come valore di gestione della cosa pubblica e dei beni comuni. Oggi dovrebbe essere chiaro a tutti che cattiva politica vuol dire ruberie e sprechi, che significano maggiori tasse, che in Italia si scaricano sui lavoratori dipendenti e pensionati. Questo corto circuito determina la scarsa competitività del paese per l’elevato costo del lavoro e il basso livello dei consumi interni. Una proposta di sinistra maggioritaria deve avere al centro la questione morale, intesa come rinnovamento e riqualificazione  della classe dirigente. Così potremo contare su un welfare realmente efficiente, su una maggiore competitività internazionale e su una fiscalità più equa. La chiave di volta per uscire dal berlusconismo e dal post berlusconismo, rinnovare la vita politica ed economica del paese è solo questa.   Se Sinistra Ecologia e Libertà non troverà il coraggio di iniziare ad intraprendere questo percorso allora avrà lo stesso senso di formazioni politiche minori fiancheggiatrici dei partiti più grandi, destinate a tutelare solo gli interessi di una ristretta cerchia, una vera e propria casta, di cooptati che mira al solo scopo dell’autoconservazione. Si condannerebbe ad un’esperienza oscillante tra la pura testimonianza verbale di elevati valori ed una prassi, ancor meno accettabile di quella originale, di “mastellismo” dal volto umano. Sappiamo di chiedere un atto di coraggio e di generosità a qualcuno, che magari non è intenzionato a compiere. Ma l’alternativa sarebbe una progressiva ed inesorabile emorragia di consensi che, nel medio periodo, non garantirebbe più nemmeno la sopravvivenza dei vertici: esperienza in sostanza già vissuta con la fallimentare prova della Sinistra Arcobaleno.

Oggi dovrebbe essere palese, pur da posizioni politiche diverse, l’insostenibilità del modello italiano di gestione di tutto ciò che è pubblico, dalle istituzioni locali e nazionali, alla scuola, alla sanità, ai trasporti e così via. Un modello fino ad oggi basato su sprechi sovente a scopo di costruzione di un consenso diffuso oppure, nel migliore dei casi, da gestione di politici trombati volenterosi ma non sempre competenti. Certamente qua e là non mancano le felici eccezioni: società pubbliche emblema di buone prassi, di sani bilanci e di elevata qualità del servizio erogato, enti modello di best practices. Ma sono appunto eccezioni rispetto ad un modello dominante. L’idea originaria  di introdurre elementi di efficienza tratti da logiche privatistiche in ciò che è pubblico è stata snaturata a favore di gestioni dissennate non sottoposte a vincoli e controlli pubblicistici. D’altro canto, in questo quadro generale, nel prendere atto delle responsabilità di vertice, non vanno dimenticate quelle della base, dei lavoratori. Le gestioni dissennate di cui sopra non si sono tradotte nella responsabilizzazione dei dipendenti, ma hanno consentito progressioni di carriera (e di stipendio) senza concorso, assunzioni e variazioni di mansioni al solo scopo di alimentare consensi, oltre all’utilizzo distorto di dritti attribuiti ai lavoratori. Chi lavora ha diritto al rispetto ed alla dignità che gli deriva dal suo lavoro, dalla Costituzione e dalle leggi. Ma i diritti del lavoratore non sono solo del singolo, ma appartengono anche a quanti hanno lottato per affermarli. Chi lavora alle dipendenze della collettività dovrebbe sentire la responsabilità della sua posizione. In questa prospettiva, tanto per fare un esempio recente, se su 1900 dipendenti dell’azienda trasporti palermitana ben 600 godono dei benefici della  L. 104 e ne fanno uso per assentarsi il giorno di ferragosto, magari non tutti proprio per assistere il congiunto disabile, allora c’è qualcosa che non va. Nulla contribuisce a limitare i diritti più dell’indebito utilizzo degli stessi. Cattiva gestione del vertice e rendimenti non sempre efficiente dei lavoratori pubblici  hanno dato ampia sponda (e continuano a darla) a due tendenze: la compressione o soppressione dei diritti dei lavoratori e la spinta compulsiva alla privatizzazione di tutti i servizi. Quest’ultima in particolare in una fase storica di crisi economica come questa acquista il suo fascino: perché dovremmo pagare per servizi inefficienti o inesistenti? Perché farsi carico di tasse per finanziare intere categorie improduttive? L’idea di rivoluzione conservatrice in Italia aveva la sua seduzione dopo il crollo della prima repubblica e l’attenzione mediatica sulla corruzione e gli sprechi del pentapartito, favorendo l’ascesa di Forza Italia. I vizi strutturali del sistema pubblico non sono mai stati risolti ora come allora: la differenza è che adesso non ci sono soldi per ripianare i debiti delle amministrazioni e delle partecipate. Pertanto finché non si risolveranno strutturalmente questi nodi economici e politici l’Italia sarà sempre a rischio di cedere alle sirene dell’ultra liberismo conservatore. Con quali esiti non lo sappiamo, visto che il ventennio berlusconiano ci ha consegnato un paese ancor più bloccato ed ancor meno liberale di quanto non fosse in partenza.

 Di fronte a questo scenario la sinistra deve contrapporre  un’alternativa al taglio dei servizi a danno dei più deboli, alla liberalizzazione esasperata che determinerebbe l’aumento delle tariffe ed alla perdita di posti di lavoro che deprimerebbe ancor più l’economia. L’alternativa c’è ed è rappresentata dal percorso di rinnovamento della classe dirigente che abbiamo sommariamente ma ambiziosamente delineato. Sta a noi dire con forza, sostituendoci a megafoni che assieme ad un giusto sdegno amplificano pulsioni demagogiche e reazionarie, che il mercatino dei privilegi diffusi è chiuso per fallimento e che occorre scrivere tutti insieme un nuovo patto di legalità. La legalità per Nichi Vendola “deve diventare una chiave di lettura dei processi sociali e non essere solo un capitolo delle politiche di sicurezza. Essa è parte di un progetto di società che propone una riforma sociale e morale del Paese”. Nella grigia esistenza dei politici al governo, tutta tesa alla conservazione del potere e dei privilegi, ci voleva una bella risata grassa. E’ quella che risuona nei palazzi ogni qual volta un grillino grida ‘arrendetevi’, siete circondati. La resa di una élite al potere non si costruisce coi proclami, ma scardinandola dall’interno, svuotandola di giorno in giorno, sporcandosi le mani per sottrarre secondo su secondo aree di privilegio e potere e rendendo diffuso e contendibile quel  potere che era concentrato ed esclusivo.  Se non investiremo ora, subito, nella direzione di questo cambiamento, un giorno non lontano suoneranno per noi parole analoghe a quelle con cui Carlo Rosselli descrisse la crisi intellettuale e morale del socialismo nell’età giolittiana, che poi anni dopo condusse al crollo sotto i colpi del fascismo: “Era la paralisi generale, progressiva: lo sciopero dei pochi cervelli ancora in funzione. La gioventù – intendo la intelligencija – corse tutte le esperienze, fuorché quella socialista che (…) appariva intellettualmente conclusa e priva di vera passione. La gioventù fu volta a volta crociana, vociana (dal giornale <<La Voce>>), liberale, futurista, nazionalista, cristiana, ma non fu più socialista. Il socialismo non interessava più”.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>