Rosso il romanzo di Mario Aloe cap. 2

ROMA, 14 DICEMBRE 1995

Il suono della sveglia lo trovò addormentato. Aprì gli occhi e combatté con la voglia di rimanere sotto le coperte al caldo, avvolto dal tepore e immerso nel dormive-glia.Le scuri delle finestre erano rimaste aperte: odiava dormire senza la percezione della luce. Di notte, quando si svegliava, era rassicurante la luce della città, non vedeva niente, ma godeva dell’alone soffuso che l’illuminazione pubblica irradiava.Sarebbe rimasto volentieri a letto dormicchiando e lascian-dosi trasportare da pensieri vaghi e intriganti, sensazioni lunghe e piacevoli piene di quiete totale: il Nirvana forse era questo, almeno lui lo immaginava così, non il nulla, ma un mondo ovattato e lieve, pieno di piacere, simile forse alle ac-que materne.Ancora rannicchiato, con una mano sotto il cuscino, aprì gli occhi, doveva alzarsi, andare al giornale… che palle!Scese dal letto, recuperò le ciabatte: che fatica ogni volta trovarle. Si avviò alla finestra sbadigliando.La giornata si presentava fiacca, non c’era nulla di interes-sante da fare.Scostò le tendine; fuori era luminoso: il sole inondava ogni cosa. Una luce viva, argentea per la mancanza di umidità, gli su-scitò un sorriso, un moto che saliva dal profondo del suo corpo. Una bella giornata, era ora di mettersi in movimento, avreb-be fatto la doccia e poi riempito la caffettiera. Era sempre lo stesso dilemma fare prima la doccia o il caffé? Anche questo problema si presentava come un pensiero se-reno, ancora il ritmo della giornata doveva impadronirsi delle sue ore.Si sentiva intorpidito, sbadigliò di nuovo dirigendosi verso il bagno.Abitava in un appartamentino tra Monte Sacro e Talenti: una camera da letto più servizi e cucina. Le sue possibilità economiche non gli permettevo una casa nel centro storico come aveva sempre sognato e desiderato anche ora. Aprì il rubinetto dell’acqua e si spogliò.La casa era arredata con sobrietà; poche cose, ma essenziali che permettevano di alloggiarvi: non un rifugio, ma neanche uno di quei moderni appartamenti senza personalità e pieni di oggetti inessenziali. Le case dovevano rispecchiare l’animo di chi vi stava dentro. Era passato tanto tempo da quando, appena diciottenne, era arrivato in città per frequentare l’Università. Aveva scelto la facoltà di lettere. Il ricordo richiamò l’impressione di timore e curiosità che le dimensioni di Roma gli avevano suscitato. Aveva vissuto in un piccolo centro lucano e, sebbene avesse viaggiato, adesso era solo ad affrontare la novità, per alcuni aspetti si sentiva nell’ignoto, senza riferimenti.L’aveva desiderato la grande città, ne aveva parlato tante volte con i suoi amici nelle lunghe serate passate in piazza.L’acqua lo avvolgeva accarezzandogli la pelle.Erano trascorsi tanti anni, la laurea, la sua passione smodata per il giornalismo e la voglia di scrivere e raccontare ciò che lo circondava.I caratteri grandi di Paese Sera lo avevano affascinato dal pri-mo giorno che aveva visto il giornale in edicola.Lo aveva comprato, sfogliati le grandi pagine, letto i titoli; poi con piacere, aveva sentito il rumore dei fogli mentre li cambiava. Gli anni Settanta gli avevano consegnato prima l’impegno politico, poi un lavoro saltuario al giornale ed, infine, l’arrivo alla cronaca della redazione romana dell’Unione.Era passata la politica e la grande illusione di poter cambiare il mondo: la fine dell’ingiustizia con la liberazione dal bisogno. Con dolore s’era reso conto che la rivoluzione non sarebbe arrivata, non avrebbe guarito la società e dato senso alla sua vita.Chiuse il rubinetto e si avvolse nell’accappatoio.Cominciò ad avvertire freddo. I riscaldamenti erano chiusi dovevano essere passate da poco le nove.Aveva dormito troppo.La noia della giornata precedente gli si affacciò alla men-te: non era pervasiva, ma solo un ricordo, un leggero senso di vuoto. Poteva pensare ad altro, si ripromise di impegnarsi nel fare e le cose lo avrebbero aiutato perché in esse avrebbe lasciato una parte di sé: avrebbero trattenuto le sue emozioni allontanando le ansie.Già in passato era riuscito a liberarsi dal vuoto riempiendo le giornate di azioni; era semplice! Guardando la vita intor-no si sarebbe fatto trasportare: non aveva domande da fare all’esistenza, né si aspettava risposte.Lui era la domanda e le sue giornate la risposta.Agli occhi di tanti conoscenti era troppo poco, un pensiero minimalista che mascherava la mancanza di ambizioni e di qualsiasi progetto di vita.Lui era contento così, c’erano persone ad appassionarlo, avvenimenti ad interessarlo e c’era stato anche l’amore, una lunga storia finita, come tutte le storie, nella noia e nell’indif-ferenza reciproca.Non voleva ricordare con malinconia, ma desiderava sentire le giornate, ascoltare le voci, guardare i volti. Non doveva e non poteva più consegnarsi prigioniero alle sensazioni, aveva imparato a farle scorrere. Si vestì. Decise di mettere la maglia.Guardò la propria immagine nello specchio, era sempre ri-uscito a osservarsi, a osservarsi da fuori, come un estraneo e a parlarsi mentre sul suo viso si disegnava un sorriso assolu-torio.No, non aveva peccati, ma tante piccole mancanze da farsi perdonare. Era indulgente con se stesso e aveva imparato a esserlo anche con gli altri.Era stato sempre curioso, non si era mai accontentato di quanto vedeva, voleva sapere, conoscere le vite dietro le tra-gedie familiari e i gesti estremi. Il puro fatto e la sua descri-zione non lo attiravano: cercava di sentire quello che gli altri pensavano o meglio ancora vivevano intimamente.Erano viaggi nelle esistenze altrui, finestre aperte sugli ani-mi per coglierne i movimenti.Il caos della vita, le azioni, i rumori lo attraevano, ma, poi, voleva ascoltare le voci singole: solo esse erano in grado di mettere in moto la sua attenzione.Sapeva seguire le tracce, ricostruire gli incontri, percepire gli odori, immaginare le scene di vita quotidiana.Non gli era mai interessata la storia, i suoi lenti movimenti lo tediavano, lo rendevano infelice e indifferente; la vita ades-so era la cosa più importante da ascoltare.Non accese il gas, decise di far colazione fuori.Il letto era sfatto. Non poteva più stare in casa, voleva uscire, lo avrebbe rifatto al ritorno. Sentiva il bisogno di stare all’aperto, di respirare aria, di muoversi nel traffico.Uscì di casa. Prima di attraversare il portone chiuse la cerniera del giaccone e si avviò verso la fermata dell’autobus. Sarebbe andato direttamente al giornale, il pullman lo avreb-be portato a Termini, poi a piedi avrebbe raggiunto Piazza dell’Indipendenza.Aspettò alcuni minuti insieme a dei ragazzi l’arrivo del mezzo; avevano marinato la scuola ed adesso sarebbero andati in centro in giro per negozi. Nei loro visi percepì il desiderio di avventura in una mattinata di libertà, di giri senza mete, di baci e pomiciate, forse un cappuccino con la brioche se i soldi bastavano.L’autobus di linea percorse la Nomentana in un tempo ragionevole, il traffico del mattino aveva lasciato il posto a un flusso continuo di veicoli che trovavano l’unico sbarramento nel rosso dei semafori.In mezzora fu a Termini.La stazione gli comunicò, come al solito, un senso di smar-rimento. Aveva sotto gli occhi un territorio di confine, già città, ma, nello stesso tempo, tante patrie. L’umanità che vi stazionava era fatta da molteplici stranieri, estranei gli uni agli altri ma ancorati in questo luogo di confine; passaggio esile tra mondi immaginari.Era sempre la stessa cosa; prima soprattutto italiani negli anni della sua gioventù, adesso slavi, arabi ed africani insieme a tanti orientali stazionavano in quei luoghi.Scese dall’autobus e si incamminò per via Solferino.Le Terme di Diocleziano erano sempre là imponenti ed eterne come la Città.Amava Roma che era divenuta la sua casa.Guardò le vetrine della libreria Croce, i volumi messi in evidenza: amava molto anche i libri.Aveva imparato a vivere le storie dei romanzi. Lo prendeva-no impossessandosi del suo tempo, i personaggi diventavano reali, veri, a volte, più vivi di quelli della vita di ogni giorno.Adesso cercava Vecchio amore di Singer.Nel pomeriggio sarebbe passato tra i tanti scaffali della Fel-trinelli, dove, alcune volte, si perdeva nella ricerca, si fermava aprendo un volume e solo l’urto di un altro cliente lo ridestava.I suoi avrebbero voluto che ritornasse a fare il professore al paese. Lo volevano con loro. Avevano immaginato per lui una vita normale: il posto fisso, una ragazza, la famiglia e tan-te certezze. Si erano poi abituati alla sua assenza.Li andava spesso a trovare e trascorreva lunghe giornate da figlio nella vecchia casa di famiglia, circondato dal loro affet-to ed assediato dai cibi preparati da sua madre.Gli mancavano in città gli odori dell’infanzia che riempi-vano le strade del paese: il ragù della domenica, il profumo pungente delle zagare, il richiamo delle patate fritte con i peperoni e le melanzane e la delicatezza delle rose di maggio. Si fermò al bar.Doveva approfondire le ricerche sulle navi scomparse. Ave-va scritto qualcosa sull’Orione:, il suo strano affondamento lo aveva lasciato interdetto. Perché era colata a picco in maniera imprevista?C’erano risposte da cercare.Il suo amico Fabio di Legambiente gli aveva raccontato del sospetto di un traffico organizzato di rifiuti nocivi, con tante navi che percorrevano il Mediterraneo, cariche di veleni, alle quali molti porti avevano rifiutato l’attracco; navi affondate e il cui equipaggio scompariva, sbarcato a Tunisi come per l’Orione, strani traffici con luogo di partenza, il più delle volte, quel porto, lo stesso porto sempre. Navi a perdere le avevano battezzate gli ambientalisti, partivano ma non arrivavano.Salvatore ne aveva parlato più volte con l’amico che gli ave-va fornito numerosi spunti per i suoi articoli.Di Fabio lo affascinava l’ardore e le certezze, era un guer-riero del bene, un fanatico guerriero impegnato in crociate continue: da una parte il male, dall’altra il bene.Il mondo così era semplice, senza problemi: da una parte gli amici dall’altra i nemici. I campi di appartenenza per l’ami-co erano chiari, la separazione netta.Così era stato anche per lui durante gli anni settanta ed i primi anni ottanta, gli anni della militanza politica.Adesso non aveva certezze. Il mondo era confusione e a lui non interessava più cercarne il filo conduttore, un filo in cui la vita non aveva vie sicure in cui dipanarsi: c’erano persone con i loro interessi, la loro cupidigia o la loro dedizione a dettare la direzione o a far perdere la strada.Ordinò un caffé ed un cornetto.Era proprio tardi, nel bar non c’era alcun collega; il capo lo avrebbe sgridato: ormai erano giorni che non combinava niente.I rifiuti confluivano sullo stesso scalo, ma chi li portava? da dove arrivavano? quali sostanze contenevano? Era possibile che fossero scorie radioattive?Inchieste erano state aperte da procure di mezza Italia, da Reggio Calabria a Matera, da Nola a Paola e riguardanti cari-chi di materiali radioattivi.Il sequestro, nel porto di la Spezia, di 16.700 tonnellate di ferro contaminato dal cesio provenienti dal Sudafrica e diretti in Austria era stato uno dei fatti più eclatanti che emergeva dal buio.Troppi interrogativi e tante denunce da parte delle associa-zioni ambientaliste. Gli sembrava di avere di fronte qualcosa di diverso dalle discariche abusive e dalla “monnezza”che an-dava su e giù per l’Italia.Fece gli ultimi metri ed entrò al giornale salutando l’usciere; poi prese l’ascensore pigiando il tasto del terzo piano per la redazione della cronaca.Non era un semplice traffico di monnezza: troppe coinci-denze, troppe persone implicate, tante ombre ecco la parola giusta, OMBRE.A chi appartenevano? Nessuna notizia certa, nessuna traccia. La sua naturale cu-riosità era stata destata, doveva dare la caccia alle ombre.Lo aveva letto la notte precedente il dossier di Legambien-te Le navi dei veleni e aveva collegato altri particolari, prima apparentemente slegati: l’Orione, la Salvezza, le denunce de-gli ambientalisti calabresi del reggino su strani trasporti in Aspromonte. Quel Pinuccio Barile, un uomo coraggioso, si era presentato in procura con una denuncia su camion pieni di fusti diretti tra i monti, in Aspromonte.Non potevano essere coincidenze, fatti slegati uno dall’al-tro. Ci doveva essere un nesso, ma dove trovarlo? Quale era il punto di incontro, il luogo da dove partire per riuscire a capire la ragione degli avvenimenti e così collegar-li? Entrò alla “cronaca”, salutò i colleghi presenti e si diresse dal redattore capo.Era arrivato al giornale nel 1987, in una realtà nazionale af-fermata con oltre mezzo milione di copie vendute ogni gior-no. Si era messo a disposizione e lo avevano impiegato in giro, per la penisola, ad inseguire scandali.Non più fatti di sangue, delitti, rapine, ma racconti di cro-naca sociale. Si era specializzato in disastri ambientali, dagli inquinamen-ti agli scempi paesaggistici, dal degrado territoriale allo smal-timento dei rifiuti. Avrebbe preferito occuparsi della cronaca finanziaria: la glo-balizzazione lo affascinava. Non voleva scrivere di economia o finanza, ma raccontare i personaggi della Borsa, descrivere i loro stili di vita, l’inutilità dei loro affanni.«No, Salvatore – gli aveva detto il capo – Ho bisogno di te come segugio da sguinzagliare dietro ai nuovi pirati. Il tuo fiuto è più utile dietro la puzza dell’immondizia».«Potrei fornire un quadro del nuovo che avanza. Tante storie stuzzicanti sulle nuove ricchezze, sui nuovi modelli di consumo…». «Salvatore, no! Mi servi per delle storie vere, ho già chi fa poesie».Era diventato, così, esperto in disastri ambientali senza es-sere “un ambientalista”, senza avere una vocazione verde e sempre pensando che avrebbe fatto meglio occupandosi di globalizzazione.Un quadro complessivo di riferimento lo avrebbe aiutato a mettere ordine, anche alla sua vita. Un po’ di poesia non avrebbe guastato le sue giornate, mentre la lentezza degli ap-puntamenti, l’inconsistenza degli avvenimenti avrebbero gio-vato al suo spirito facendogli acquistare leggerezza.«Buona mattinata Piergiorgio. Sono in ritardo, ho letto fino a tardi il dossier che mi hai passato. Schifezze, tante schifezze trasportate in giro per il Mediterraneo con direzione Nord-Sud: niente tracce, tutto scompare e non vengono individuati i responsabili, sembrano essere nascosti dietro le nubi di va-pore lasciate dalle navi».«Totò, il commissario Fragalà è morto in un autogrill tra la Toscana e la Liguria. Mi chiedi con lo sguardo: «Fragalà chi?» Fragalà, il poliziotto che affiancava la giovane magistra-to Bianchi, quella delle navi dei veleni, è morto per un arresto cardiaco. Totò, questa storia puzza, puzza più dell’immondi-zia bruciata. La sento da qua ed è un tanfo tremendo. Adesso tu te ne vai al Nord, propria là, da dove arriva la puzza: vo-gliamo sapere. Senti un po’ di gente: armatori, ambientalisti, imprenditori. Ascolta e comincia a disegnare un quadro della situazione. Non avere fretta, non arrivare a facili conclusioni. Devi avere pazienza. Segui le tracce… avranno lasciato qual-cosa dietro di loro. Prudenza Totò. Ti voglio di ritorno intero e con uno schizzo della situazione tale da permetterci di di-pingere un grande quadro su queste lordure».
«Proverò a fare il Caravaggio tra tutta questa natura morta» gli rispose Salvatore ed interdetto, nel caos dei suoi pensieri, si recò alla sua postazione.

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